In occasione della giornata mondiale della Terra…

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Il cibo oltre ad essere bisogno primario e fattore di sviluppo economico ritrae l’identità culturale di una determinata comunità. In particolare, l’alimentazione può definirsi sostenibile quando

il consumo di cibo è nutrizionalmente sano, con una bassa impronta in termini di uso di suolo e di risorse idriche impiegate, con basse emissioni di carbonio e azoto, attento alla conservazione della biodiversità e degli ecosistemi, ricco di cibi locali e tradizionali, equo e accessibile per tutti”[1].

Nonostante ciò, il modello di sviluppo economico dominante, basato sull’utilizzo illimitato delle risorse del pianeta, e il processo di globalizzazione stanno provocando gravi conseguenze sull’ambiente, sulla qualità della vita e anche sull’alimentazione, con la nascita e l’aumento di squilibri e carenze alimentari gravi. L’approfondirsi di crisi ecologiche, i crescenti richiami verso la scarsità delle risorse di materie prime e la progressiva finanziarizzazione del cibo, sono solo alcuni elementi che mettono in evidenza i possibili shock che le comunità si troveranno ad affrontare. I consumi e gli sprechi di cibo si formano solitamente con lo stile di vita tipico delle aree urbane, che sono quelle che hanno maggior bisogno di importare risorse dall’esterno: incidere sui loro consumi è una sfida chiave della sostenibilità a scala globale, anche perché i modelli di consumo globali, come quelli del fast food, diventano di moda proprio a partire dall’immaginario collettivo dei consumatori e dei media occidentali.[2]

La crisi economica, sociale e ambientale accentuata dalla emergenza sanitaria di Covid-19 sta spingendo verso l’individuazione di nuove strategie e percorsi di produzione, distribuzione e consumo di cibo che potrebbero rappresentare il nodo di un nuovo modello economico integrato che parte dai singoli territori e dalla dimensione locale. Le forme di agricoltura di tipo biologico, eco-compatibili e multifunzionali possono soddisfare i bisogni di comunità urbane e rurali.

Come ci ricordava Urlich Beck nel suo saggio “La società del rischio” (1992), la natura non è un semplice sfondo, ma, se sfruttata ed eccessivamente maltrattata può innescare effetti boomerang.[3]Se da una parte il progresso e l’affermazione del sistema agro-industriale ha garantito cibo a sufficienza per masse di popolazione in crescita, dall’altro ha contribuito all’inquinamento ambientale e anche ad acuire problematiche socioeconomiche.

Considerando che i sistemi alimentari provocano l’80% di perdita della biodiversità diviene necessaria l’individuazione di possibili alternative al modello agroalimentare industriale fondati su concetti quali la “ri-localizzazione” o la “ri-spazializzazione” del cibo.[4] La “sostenibilità” e la “localizzazione” sono, difatti, elementi portanti delle pratiche innovative sia dei produttori che dei consumatori. La centralità della dimensione locale implica, però, una particolare attenzione per le capacità dei singoli territori di riprodurre e valorizzare le proprie risorse, attraverso forme specifiche di integrazione tra gli elementi economici, sociali ed istituzionali. Essi vengono identificati come regimi alimentari alternativi in quanto si oppongono al modello agro-industriale.[5]

Negli anni sono nati differenti movimenti a favore della sostenibilità alimentare: il più noto è Slow Food, un’associazione internazionale no profit impegnata a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi, grazie ai saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali. Ogni giorno Slow Food lavora in 150 Paesi per promuovere un’alimentazione buona, pulita e giusta per tutti[6]. Carlo Petrini, fondatore dell’associazione Slow Food, sostiene che il cibo di qualità può definirsi tale solo se è nutriente per la persona, la società e l’ambiente e in quanto tale deve preservare la biodiversità, generare reddito a lungo termine e garantisce l’equo accesso ai diritti fondamentali (sicurezza, salute, istruzione, ecc.) e a condizioni di benessere (istruzione, relazioni sociali, ecc.) all’interno di una comunità[7].

Il grido della Terra e il grido dei poveri sono un forte segnale d’allarme, e oggi più che mai siamo chiamati ad agire individualmente e collettivamente per portare al riparo la salute del nostro Pianeta e quella delle generazioni future.

#EarthDay

Articolo a cura di Francesca Curcio

 

 

[1] http://www.oneplanetfood.info/alimentazione- sostenibile.

[2] Cfr. https://foodcities.org/2017/06/11/congresso-geografico-italiano/

[3] Cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2015-01-04/il-teorico-societa-rischio-081656.shtml?uuid=AB2GuhYC

[4] Cfr. S. Sivini, Oltre il consumo e la produzione, Centro Editoriale e Libraio Università della Calabria, Rende, 2014, p.5

[5] Cfr. P. McMichael, Regimi alimentari e questioni Agrarie, Rosenberg& Sellier, Università della Calabria, 2016, pp. 95-99.

[6] https://www.slowfood.it/chi-siamo/che-cose-slow-food/

[7] https://www.slowfood.com/sloweurope/wp-content/uploads/ITA-food-sustainability.pdf