Rassegna Stampa RuralHack n.72

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L’innovazione della nostra agricoltura è un fatto politico

In settimana sono usciti dati interessanti relativi alla risposta data dai giovani al bando lanciato da Ismea che ha messo all’asta 386 terreni ricevendo 1.709 richieste.

Secondo i dati di Coldiretti sono oltre 56 mila i giovani under 35 che guidano imprese agricole e si tratta di un primato a livello comunitario, con una crescita del 12% negli ultimi cinque anni. E, a quanto pare, con il Covid-19 l’interesse è aumentato, perché, con la chiusura delle frontiere, si è capito quanto sia importante avere filiere al 100% italiane.

D’altra parte i dati Istat evidenziano che il Made in Italy ha retto l’urto del Covid-19 soprattutto sono aumentate le esportazioni di vino e pasta. Pare stia andando bene anche la produzione del grano duro che è tornata a crescere anche grazie agli investimenti degli agricoltori trainati dal buon andamento dei prezzi e dal successo dei contratti di filiera con l’industria.

L’agricoltura si sta evolvendo e, di certo, l’arrivo di giovani preparati e con una forte motivazione è una notizia non scontata. In effetti il mestiere del contadino è cambiato: non si tratta più di stare nei campi dalla mattina alla sera con la zappa in mano e servono veramente tante competenze per gestire un’azienda che sia rispettosa dell’ambiente e delle persone anche grazie all’uso delle tecnologie.

Come dice Carlo Petrini: “Per far sì che un ritorno alla terra sia possibile, accattivante e sostenibile, sono necessari strumenti che impediscano il divario digitale delle zone rurali, infrastrutture che combattano l’isolamento sociale e commerciale, semplificazioni burocratiche, finanziamenti che supportino chi fa del cibo uno strumento per tutelare il territorio e promuovere le tradizioni locali, e la giusta educazione per creare un tessuto sociale capace di apprezzare e supportare queste realtà come parti integranti della propria comunità”.

Ma, dice Petrini, non sono le misure straordinarie che ci possono aiutare perché “il ritorno alla terra è infatti una questione politica”. Servono, dunque, nuove politiche alimentari che non siano piegate alle basse logiche del mercato, che permettano alle piccole e medie aziende di innovarsi favorendo la sostenibilità e la cooperazione.

La grande preoccupazione, però, è quella che condividiamo con lo scienziato Stefano Mancuso: “Ogni politica seria dovrebbe avere come obbligo la messa a punto di strategie ambientali: ma l’orizzonte dei politici non va oltre la durata dei loro mandati”.

Pare che un’educazione ecologica, che riapra alla possibilità di avere politici con un’altra caratura, sia la priorità per l’uomo su questo Pianeta.

Lo staff di RuralHack

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