Rassegna Stampa RuralHack n.74

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Bio o non bio? Packaging ed etichette non ci aiutano a scegliere

La Bayer in settimana ha patteggiato il pagamento di più di 10 miliardi di dollari per chiudere in Usa 95 mila cause per danni alla salute causate dal suo erbicida. Nel 2018 Bayer e Monsanto si sono fuse e quest’ultima è ritenuta responsabile di aver immesso sul mercato, a partire dagli anni ’70, il Roundup, erbicida che contiene come principio attivo il glifosato, una sostanza che ha enormi implicazioni sul piano sanitario, ambientale ed economico.

Ogni anno si spendono a livello mondiale 5 miliardi di dollari per acquistare prodotti a base di glifosato e, nonostante nel 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) abbia inserito il glifosato tra le sostanze «probabilmente cancerogene», nel 2017 la Commissione Europea ne ha prorogato l’uso per altri 5 anni. Secondo dati ufficiali, sono presenti residui di pesticidi nel 63,9% dei campioni di frutta, nel 36,1% degli ortaggi, nel 24% dei prodotti di origine animale e nel 22,7% degli alimenti trasformati.

L’Italia è stato il primo paese europeo a introdurre i prodotti biologici nelle mense scolastiche: soprattutto in alcune realtà regionali si sono imposti modelli di ristorazione collettiva basati sulle produzioni biologiche, nella consapevolezza che l’alimentazione nell’infanzia influisce in modo determinante sullo stato di salute nell’adulto.

Eppure secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nutrients dal confronto delle informazioni riportate sulle etichette di 569 alimenti confezionati, di origine biologica e non, i prodotti sono risultati sostanzialmente simili e le differenze, comunque contenute, confermano l’impossibilità di considerare una delle due categorie superiore all’altra dal punto di vista nutrizionale. Non è invece stato effettuato un confronto tra micronutrienti (vitamine e sali minerali), che in altre circostanze ha premiato i cibi bio, con effetti però trascurabili sulla salute. Nell’articolo si citano altri studi che confermerebbero le evidenze emerse cioè, appunto, che non c’è differenza tra cibi bio e non bio anche per quel che riguarda l’insorgenza dei tumori. La spiegazione sarebbe duplice: da una parte bisogna considerare che il livello di fitofarmaci presenti nei prodotti tradizionali è quasi sempre inferiore ai limiti fissati dalla legge; dall’altra occorre tenere presente che quelli relativi ad altre sostanze cancerogene – micotossine, nitrati, metalli e diossine – sono gli stessi.

Certo è che le etichette (il principale veicolo di informazioni sui prodotti) non sono così esaustive come vorremmo. Dai dati emersi dalla sesta edizione del #FoodIndustryMonitor emerge che la sicurezza alimentare, i prodotti salutari, insieme al rispetto delle ricette tradizionali e alla produzione made in Italy, sono le principali esigenze dei consumatori italiani e stranieri nei confronti dei marchi del food. I consumatori chiedono anche nuovi prodotti in linea coi trend emergenti sul mercato e, in generale, consigli di consumo.

A fronte di queste aspettative solo il 7% dei brand del settore enfatizza nella propria comunicazione il tema della salute, anche se il bio è ormai presente nel 40% dell’offerta alimentare, considerando l’uso di materie prime di origine biologica, processi di trasformazione poco invasivi, assenza di additivi e conservanti artificiali.

La comunicazione, dunque, si conferma come un elemento-chiave nell’innovazione del food system dato che proprio il packaging e l’etichetta parlante possono essere gli anelli di congiunzione tra il campo e il piatto.

Lo staff di RuralHack

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