Rassegna Stampa Speciale #2mesidicoronavirus

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Stavamo andando così bene…. !?

A fine febbraio ci potevamo ancora permettere lo storytelling del 4.0 per un’innovazione nel mondo agrifood che ci avrebbe fatto volare verso l’infinito e oltre. A conferma di questo i dati dell’Osservatorio Smart Agrifood del Polimi: il giro d’affari di Agricoltura 4.0 a quota 450 milioni di euro, con una crescita del 22% su base annua. Tecnologie utilizzate per migliorare le rese e la sostenibilità delle coltivazioni, la qualità dei prodotti finali e le condizioni di lavoro, ma anche per migliorare l’efficienza della catena distributiva, per raccogliere e analizzare dati sul processo produttivo e consolidare, così, il vantaggio competitivo e per ridurre i costi. 

Ma già trascorsa la seconda settimana di lockdown era chiaro che il virus aveva rimescolato le carte e non solo le nostre ma quelle di tutto il mondo. Per un attimo siamo rimasti attoniti, condividendo la necessità di riordinare le nostre comuni priorità, a partire proprio dall’evidenza della fragilità del nostro modello economico. Il senso di solidarietà che hanno provato le persone di fronte alla malattia, alla preoccupazione per il cibo, all’obbligo di rimanere fermi e chiusi nelle proprie case senza vedere né incontrare gli altri, ci ha fatto percepire che la via della solidarietà, appunto, potesse essere l’unica possibile, proprio perché tutti inevitabilmente insieme sulla stessa barca. “Solidarietà, comunità e cooperazione” come aveva detto Carlo Petrini.

E invece la reazione di alcuni Stati europei non è stata la solidarietà: al contrario si sono rialzate le barriere sui confini e la richiesta (immotivata) di avere certificati e bollini #virusfree sui prodotti Made in Italy. Da una parte, quindi, il timore che la grande distribuzione, per esempio quella tedesca, decidesse di non accettare le merci se gravate da ritardi (l’Austria ha cercato, almeno per un po’, di ostacolare la circolazione dei Tir dall’Italia) e, dall’altra, il problema dell’assenza di manodopera nei campi, soprattutto quella proveniente da paesi come la Romania. L’Italia ha reagito cercando di definire accordi e strumenti per sostenere il lavoro stagionale e ha affermato con forza la sicurezza del cibo italiano. Il Ministro Bellanova, facendo riferimento alla posizione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “ogni richiesta di certificazione virus free è irricevibile e va considerata una pratica sleale.”

Poi c’è stata una fase di grande incertezza sulla possibilità di vendere beni non di prima necessità e abbiamo perso un po’ di giorni, tra polemiche e ironie varie, a cercare di capire cosa potevamo acquistare, quando e dove.

Intanto è partito un gigantesco punto interrogativo -che ha coperto tutto il globo terracqueo- sulle cause dell’espansione violenta del virus soprattutto in alcune zone e molto meno in altre. Tra le tante cose pubblicate, anche un’intervista a Gianni Tamino, docente di Biologia generale all’Università di Padova, impegnato da molti anni a indagare il rapporto tra ambiente e salute. Il Professore ha ricordato a tutti quello che stavamo dicendo da mesi cioè che “si è determinato un deficit ecologico che comporta esaurimento delle risorse biologiche e, nello stesso tempo, produzione di rifiuti, effetto serra, alterazione della biodiversità, con squilibri che sono alla base dell’insorgenza di molte malattie. Quanto più si superano i limiti della disponibilità del territorio e si altera l’ambiente, tanto maggiore sarà la frequenza con cui si manifestano carestie, guerre, epidemie.” E ha aggiunto: “Il Covid-19 è una reazione allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta. … Nella Pianura Padana, soprattutto in Lombardia, sta colpendo una popolazione anziana e indebolita da patologie pregresse. … Per arginare le future epidemie dobbiamo modificare il nostro rapporto con l’ambiente, ma anche potenziare le strutture sanitarie pubbliche che vengono smantellate in tutti i paesi”.

La settimana successiva (sempre sulla stessa testata, è vero!) abbiamo letto la posizione del biologo statunitense Rob Wallace che studia da oltre 20 anni le interrelazioni fra il nostro modello produttivo e i nuovi patogeni. Wallace sostiene che il ruolo dell’agricoltura industriale e degli allevamenti intensivi è determinante nella diffusione delle epidemie. Nel suo libro Big Farms Make Big Flu (I grandi allevamenti producono grandi influenze), uscito nel 2016, ha analizzato come le cause strutturali di alcune malattie emergenti possano essere rintracciate nell’attuale sistema di produzione di cibo. Una visione che rimette al centro il dibattito sulla salute pubblica contro gli interessi delle grandi corporazioni. Wallace nell’intervista ha detto che “il luogo in cui i patogeni emergono è sicuramente importante, ma secondo una geografia relazionale, la connessione oggi esistente tra diverse parti del pianeta capovolge la nostra nozione di cosa costituisce un hot spot epidemiologico. Quello che è successo a Wuhan è intimamente relazionato al flusso di capitale che si muove da una parte all’altra del globo: anche New York, Londra o Hong Kong possono essere considerati potenziali focolai di malattie, perché è proprio in questi centri che ha origine il movimento di merce responsabile delle deforestazioni nelle zone rurali”. 

La serie degli scienziati che hanno rafforzato queste posizioni è andata avanti con una bella intervista al Professor Salvatore Ceccarelli, docente di «Risorse genetiche» e «Miglioramento genetico» all’Università di Perugia, autore di numerosi studi scientifici sul ruolo strategico della biodiversità. Ceccarelli -che ha partecipato in diverse aree del mondo a progetti mirati a favorire le produzioni agricole sostenibili e l’introduzione di colture in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici- sostiene che il cambiamento climatico possa avere effetti diretti e anche indiretti sulla salute umana. Per esempio gli effetti sulla biodiversità costringono gli animali a spostarsi dai loro habitat naturali, entrando in contatto con l’uomo. Allo stesso tempo il cambiamento climatico ha conseguenze su tutti gli aspetti della vita umana alterando l’andamento delle malattie infettive. Il Professore ci ricorda che la biodiversità è uno dei «confini planetari sicuri» che è già stato sforato e cita uno studio pubblicato circa 20 anni fa che dice: «L’impatto ecologico dell’uomo ha enormi conseguenze evoluzionistiche e può accelerare enormemente i cambiamenti evolutivi delle specie che ci circondano, e in particolare degli organismi che causano malattie, dei parassiti delle piante e delle specie che catturiamo per scopi commerciali». 

Ora, con le pive nel sacco, dobbiamo riconoscere che agricoltura, ambiente e cibo sono le priorità. Come ha scritto il Ministro Teresa Bellanova: “l’agricoltura, per troppo tempo da tanti considerata figlia di un dio minore, si sta confermando un settore strategico. Una filiera della vita. È necessario essere all’altezza di questa sfida.” E come ha ricordato il Ministro, è necessario tutelare, insieme ai processi dell’agrifood, sopratutto le persone che se ne occupano.  Ha detto: “Questo è il tempo in cui è importante adoperare, tutti, un grandangolo per mettere ben a fuoco le questioni reali. E quegli invisibili, che raccolgono i nostri frutti per le nostre tavole, vivono in condizioni disumane nei ghetti, quei posti feroci organizzati dalle ombre lunghe dei caporali che non abbandoneranno mai se non diamo loro uno strumento per farlo. Un lavoro e una vita regolari. A maggior ragione oggi, in piena emergenza sanitaria, a queste persone vanno garantiti salute e diritti, come a tutti i lavoratori.” È la dignità delle persone che lavorano nei campi la via per tutelare maggiormente gli italiani!

Dopo due mesi di virus ci chiediamo ancora di più che ruolo possano giocare le tecnologie per l’agrifood per incidere in modo significativo sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica lungo tutta la filiera. Ci sembra evidente, infatti, che il sistema convenzionale non sia più sostenibile e ci sembra altrettanto evidente come nel paradigma socio-economico attuale, il potenziale dell’innovazione tecnologica 4.0 possa essere, in realtà, un acceleratore del sistema invece di diventarne l’antidoto, nonostante ciò che viene venduto dallo storytelling mainstream.

Si dice da più parti che le tecnologie potrebbero aiutarci nel migliorare il sistema alimentare, potrebbero garantirci alimenti più sani e cibo sicuro, potrebbero avere effetti positivi su tutta la catena alimentare e favorire la gestione degli impatti ambientali e sociali. Potrebbero ma a quali condizioni?

Questa raccolta esce oggi 21 aprile, a due mesi dall’avvio dell’emergenza Covid-19. Abbiamo pensato di raccogliere, insieme agli articoli dell’ultima settimana (13-19 aprile), anche un articolo per ogni settimana che, a ritroso, ci riporta idealmente al 21 febbraio. Buona lettura!

RuraHack Rassegna Stampa Speciale #2mesidicoronavirus