Una contro-narrazione necessaria per il futuro dell’Italia
In occasione del cinquantesimo anniversario della Cooperativa Nuovo Cilento, una realtà a cui Rural Hack è profondamente legata, sia per il valore che rappresenta come caso di innovazione sociale, sia come luogo di incontri in cui ritrovare slancio ed energia, abbiamo scelto di contribuire a questa ricorrenza coordinando la scrittura di un Manifesto. Un vero e proprio Patto per i prossimi cinquant’anni della Cooperativa, pensato non solo come atto simbolico, ma come fonte di ispirazione per tutte le aree interne d’Italia.
Cosa rende la Cooperativa Nuovo Cilento un punto di riferimento così solido e riconosciuto? I numeri raccontano una parte della storia: 450 soci, oltre 2.500 ettari coltivati all’interno del Parco Nazionale del Cilento, un frantoio tra i più avanzati in Italia, una biofattoria didattica, un ristorante che recupera e rinnova la cucina cilentana antica, percorsi di formazione dedicati all’agricoltura organica rigenerativa. Ma il vero valore sta altrove: in cinquant’anni di storia che dimostrano come sia possibile trasformare la resistenza in metodo. Un metodo pensato per l’agricoltura di collina e di montagna, capace di rigenerare i suoli, produrre valore locale e rafforzare le comunità. Non un modello astratto, ma un insieme di pratiche profondamente radicate nei luoghi.
È da questa consapevolezza che nasce la scelta di Rural Hack e della Cooperativa di lanciare insieme un nuovo Patto per le Aree Interne: un documento pubblico che raccoglie visioni, proposte e impegni concreti. Non promesse, ma pratiche condivise.
L’articolo che segue accompagna questo percorso, offrendo una cornice interpretativa per comprendere perché le aree interne non siano un problema da gestire, bensì una risorsa strategica da rimettere al centro. Il prossimo contributo entrerà invece nel piano operativo: come tradurre il riconoscimento del valore delle aree interne in strumenti economici, istituzionali e finanziari concreti. Dalle cooperative di comunità al credito cooperativo, fino ai modelli basati sulla remunerazione dei servizi ecosistemici.
Il declino non è un dato di natura, ma una narrazione che contribuisce a riprodurre ciò che descrive
La narrazione prevalente sulle aree interne italiane è quella del declino irreversibile: territori marginali, lontani dai centri urbani, abitati da una popolazione anziana in costante diminuzione, dai quali i giovani emigrano e nei quali “non vale la pena” investire. Questa rappresentazione non è soltanto diffusa nel dibattito pubblico, ma ha trovato spazio anche nei documenti di programmazione.
La versione tecnica preliminare del Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne (PSNAI) 2021–2027, pubblicata a marzo 2025, conteneva inizialmente una formulazione emblematica di uno dei possibili obiettivi da attuare a seconda dei casi: «accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile». Sebbene poi rimossa, quella formulazione ha reso esplicita una visione che permea profondamente le politiche per questi territori: per alcune zone del Paese — quelle più isolate, anziane, in declino economico — non ci sarebbe futuro; meglio rassegnarsi a farle spegnere lentamente, garantendo giusto un minimo di assistenza perché il tramonto sia “dignitoso” per chi vi rimane.
Queste parole sintetizzano la narrazione dominante che da decenni aleggia sulle aree interne d’Italia: territori marginali, condannati dalla storia, dove i giovani scappano e “non vale la pena” investire. Una narrazione che sembra una sentenza senza appello, alimentata da dati reali ma letti in modo parziale e unidirezionale.

È vero, le statistiche raccontano di un’Italia a due velocità: da un lato le città e le aree costiere che crescono, dall’altro le zone interne montane e collinari che arretrano. I numeri chiave sono noti: le aree interne — definite dal PSNAI come territori caratterizzati da una significativa distanza dai principali centri di offerta di servizi essenziali (istruzione, salute e mobilità) — coprono oltre il 60% del territorio nazionale e includono circa 4.000 comuni, quasi uno su due in Italia. Eppure, ci vive meno di un quarto della popolazione: circa 13 milioni di persone, pari al 22-23% degli italiani. Uno squilibrio territoriale evidente.
Ma il dato più allarmante è la tendenza demografica. Dal 1951 a oggi, i comuni interni più periferici hanno perso quasi un quinto della loro popolazione. E il fenomeno non è stato arrestato: nel decennio 2011-2021, la popolazione dei comuni “intermedi” è diminuita dell’1,9%, quella dei comuni “periferici” del 3,8%, mentre i comuni “ultraperiferici” hanno registrato un calo del 4,5%. Una vera emorragia demografica che porta via soprattutto i giovani.
Questo declino, però, non è un destino ineluttabile: è il risultato di precise scelte politiche. Decenni di razionalizzazione della spesa pubblica hanno applicato criteri di efficienza industriale a diritti di cittadinanza costituzionalmente garantiti. La chiusura di plessi scolastici, la riduzione dei presidi sanitari di prossimità, la soppressione di tribunali e uffici postali hanno innescato un circolo vizioso: meno servizi rendono il territorio meno attrattivo, causando emigrazione, che a sua volta giustifica ulteriori tagli.
L’indicatore più tangibile di questo disimpegno è la desertificazione bancaria. Oltre 3.400 comuni italiani — il 42,8% del totale — oggi non hanno neppure uno sportello bancario. Solo nei primi nove mesi del 2025 sono spariti altri 268 sportelli, e in poco più di dieci anni si è passati da 32mila filiali a meno di 20mila. Oltre 4 milioni di cittadini, prevalentemente nelle aree interne, non hanno accesso fisico a servizi finanziari, una condizione che penalizza gravemente piccole e medie imprese locali, agricoltura e anziani.
La ritirata dei grandi gruppi bancari commerciali, che rispondono a logiche di profitto globale, segnala che per il capitalismo finanziario questi territori non sono più “mercato”. La chiusura di uno sportello bancario spesso segue o precede altre chiusure: l’ultimo negozio, il medico di base che non viene sostituito, il laboratorio d’analisi più vicino ora a un’ora di strada. Lentamente un territorio si ritrova svuotato dei servizi essenziali, apparentemente condannato.
Ma è davvero così? Possibile che l’unica opzione sia chiudere tutto e andarsene? In questo articolo proviamo a ribaltare prospettiva. Vogliamo raccontare una controstoria delle aree interne: non vuoti a perdere, ma terre da cui ripartire. E come vedremo, è proprio in questo vuoto lasciato dal mercato e dallo Stato che si stanno sviluppando ecosistemi alternativi.
Il cambio di prospettiva: le aree interne come hub di risorse strategiche
Se si cambia la metrica di valutazione, passando dal PIL aggregato alla disponibilità di capitale naturale e alla capacità di generare servizi ecosistemici, la gerarchia territoriale si riorganizza. Le aree interne smettono di essere periferie da assistere e possono essere interpretate come sistemi produttivi di risorse essenziali per il funzionamento delle aree urbane e costiere.

Acqua e suolo: una questione di sicurezza territoriale
In un contesto segnato dall’emergenza climatica, l’acqua e il suolo fertile emergono come risorse strategiche. Le aree interne — in particolare le zone montane e collinari dell’Appennino e delle Alpi — costituiscono il principale serbatoio idrico del Paese. Il caso del Cilento, area interna emblematica del Mezzogiorno, mostra la presenza di un patrimonio idrico stimato in oltre un miliardo di metri cubi, con sorgenti che erogano circa 30.000 litri al secondo a fronte di un fabbisogno locale di 600 litri al secondo.
La gestione di questa risorsa presenta tuttavia criticità rilevanti. L’abbandono delle pratiche agrosilvopastorali tradizionali e la ridotta manutenzione dei suoli hanno diminuito la capacità del territorio di assorbire le precipitazioni. Un suolo vitale, ricco di sostanza organica, può trattenere fino a 300 millimetri di pioggia, favorendo l’infiltrazione nelle falde e il rilascio graduale dell’acqua. Questo servizio ecosistemico di regolazione è cruciale per ridurre il rischio di dissesto idrogeologico.
Al contrario, modelli agricoli intensivi e l’uso prolungato di concimi chimici hanno contribuito alla mineralizzazione dei suoli, aumentando l’impermeabilizzazione e la vulnerabilità dei territori a eventi estremi. La manutenzione del territorio svolta dalle comunità delle aree interne può quindi essere letta come una funzione di interesse nazionale, con effetti diretti sulla sicurezza idrica e idrogeologica delle aree a valle.
Boschi e biodiversità: un patrimonio funzionale alla resilienza
Le aree interne ospitano la maggior parte del patrimonio forestale italiano — il 36,4% del territorio nazionale — cresciuto del 75% negli ultimi 80 anni. L’aumento di oltre 500.000 ettari di bosco nell’ultimo decennio è in larga parte riconducibile all’abbandono delle attività agricole tradizionali. Questa dinamica, tuttavia, presenta ambivalenze: boschi non gestiti tendono ad accumulare biomassa secca, aumentando il rischio di incendi e riducendo la resilienza complessiva degli ecosistemi.
Un bosco presidiato e gestito svolge invece una pluralità di funzioni: produzione legnosa, sequestro del carbonio, tutela della biodiversità, opportunità economiche legate ai servizi ecosistemici e al turismo sostenibile.
La biodiversità agricola rappresenta un ulteriore elemento strategico. L’Italia conta circa 700 cultivar di olivo, una variabilità genetica che costituisce una risorsa fondamentale per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Le monoculture intensive delle aree di pianura hanno mostrato limiti ecologici ed economici, legati alla forte dipendenza da input chimici e idrici. I modelli agricoli policolturali delle aree interne, al contrario, offrono una maggiore capacità di adattamento e resilienza.
Le foreste appenniniche e alpine svolgono inoltre un ruolo significativo nel sequestro del carbonio. Stime recenti attribuiscono a questo servizio ecosistemico un valore economico compreso tra 8,8 e 58 miliardi di euro annui. Tale valore è prodotto prevalentemente nelle aree interne e fruito su scala nazionale e globale, configurando un credito ecologico nei confronti delle aree più urbanizzate ed energivore.
L’alleanza metro-montana: un’interdipendenza strutturale
Le aree urbane e metropolitane mostrano oggi segni evidenti di stress sistemico: inquinamento atmosferico con costi sanitari elevati, isole di calore, congestione dei servizi, emergenza abitativa e processi di gentrificazione. Parallelamente, nelle aree interne si registrano circa 9,6 milioni di abitazioni vuote; in alcune province montane oltre il 56% del patrimonio abitativo risulta disabitato.
Questa asimmetria evidenzia un’inefficienza territoriale complessiva: sovraccarico in alcuni contesti e sottoutilizzo in altri. In questa prospettiva, le aree interne possono svolgere una funzione di decompressione rispetto alle crisi urbane, offrendo spazi per la redistribuzione di funzioni residenziali e lavorative, anche in relazione alla diffusione del lavoro da remoto.
L’approccio metro-montano consente di superare la dicotomia città–montagna e di leggere il sistema territoriale in termini di interdipendenza funzionale: le città dipendono dai servizi ecosistemici prodotti nelle aree interne, mentre queste ultime necessitano dei servizi avanzati e delle reti urbane. Riconoscere tale interdipendenza costituisce il presupposto per un nuovo patto territoriale.
Aree interne e crisi contemporanee: una parte della soluzione
Di fronte all’emergenza climatica, le aree interne rappresentano un elemento strategico. I loro ecosistemi forestali contribuiscono al sequestro del carbonio, i suoli regolano il ciclo dell’acqua e la biodiversità sostiene la capacità di adattamento dei sistemi produttivi.
Il dissesto idrogeologico genera ogni anno costi economici e sociali rilevanti. Interventi di manutenzione dei versanti montani, agricoltura di presidio e gestione forestale attiva risultano, in molti casi, più efficaci ed economicamente sostenibili rispetto alle sole opere di difesa realizzate a valle.
L’accesso a spazi naturali, aria di migliore qualità e cibo prodotto localmente incide inoltre sul benessere fisico e mentale della popolazione. In questo senso, un assetto territoriale più equilibrato contribuisce anche alla coesione sociale complessiva.
Le aree interne come funzione strategica del Paese
Le aree interne non sono territori marginali da assistere, ma sistemi complessi che svolgono funzioni strategiche per l’intero Paese. Producono risorse essenziali, forniscono servizi ecosistemici e custodiscono patrimoni di biodiversità e cultura. Cambiando la metrica di valutazione, possono passare dalla periferia al centro dell’analisi.
Continuare a raccontarle in termini di mancanza — di popolazione, di servizi, di competitività — significa trascurare il loro contributo al funzionamento del sistema nazionale. In un contesto di crisi climatica e scarsità di risorse, questa narrazione unidirezionale non è più sostenibile.

Trattare le aree interne come un problema da gestire, anziché come una risorsa da rimettere a sistema, non è una posizione neutra: è una scelta che produce costi sistemici crescenti per l’intero Paese.