
Nell’articolo precedente abbiamo proposto una riflessione partendo da una diversa prospettiva: le aree interne non come territori marginali da assistere, ma come infrastrutture strategiche che producono risorse essenziali per l’intero Paese. Ma una nuova narrazione, da sola, non basta. Serve tradurla in strumenti concreti.
È questo il passaggio che il Manifesto per un nuovo Patto delle Aree Interne intende promuovere, a partire dall’esperienza della Cooperativa Nuovo Cilento — una cooperativa agricola che da cinquant’anni sperimenta pratiche di rigenerazione territoriale.
In questo secondo articolo esploreremo alcune risposte che stanno emergendo dai territori — dalle cooperative di comunità al credito cooperativo — i segnali demografici di un’inversione di tendenza e gli strumenti alternativi, come i Pagamenti per Servizi Ecosistemici, che potrebbero offrire una base economica più stabile a chi presidia e rigenera questi territori.
L’innovazione che nasce dai margini: nuove economie di comunità
Dove lo Stato arretra e il mercato non arriva, sono le comunità stesse a costruire nuove forme organizzative. Il fenomeno più significativo è quello delle cooperative di comunità: le mappature più recenti ne contano 321 attive in Italia, di cui il 72,1% ha sede proprio nelle aree interne. Questo dato conferma che la cooperazione non è un accessorio, ma la risposta strutturale delle aree collinari e montane: quasi la metà di queste imprese (45,7%) nasce nei comuni ultraperiferici.
Non si tratta di assistenzialismo, ma di un modello imprenditoriale solido, capace di detenere il 25% del capitale investito totale del movimento cooperativo italiano. I cittadini si organizzano per produrre beni e servizi necessari alla comunità, rigenerando asset territoriali abbandonati.

Gestiscono l’unico bar o negozio del paese, presidi culturali, servizi turistici e attività agricole, ma sono anche l’avanguardia della transizione ecologica: il 50,2% delle cooperative italiane attive nella filiera energia e ambiente si trova proprio in questi territori. Spazi di coworking, impianti fotovoltaici di comunità, trasporto a chiamata: esperienze che si stanno diffondendo in molti territori.
Il credito cooperativo: un presidio da tutelare
La desertificazione bancaria — descritta nell’articolo precedente — trova nel credito cooperativo un argine significativo. Sono 4.546 gli sportelli bancari sopravvissuti nelle aree interne al 2024. Di questi, 1.253 appartengono a Banche di Credito Cooperativo: il 27,5% del totale. Ma il dato più rivelatore è un altro: le BCC hanno costruito il 30,6% della propria rete nelle aree interne, contro il 21,3% delle altre banche. Quasi dieci punti percentuali di differenza che testimoniano una scelta precisa.
Oggi sono 781 i comuni in cui le BCC rappresentano l’unica presenza bancaria rimasta: 376 nelle aree interne, quasi 200 nei comuni periferici e ultraperiferici. Una scelta controcorrente rispetto ai grandi gruppi commerciali, che negli ultimi dieci anni hanno chiuso oltre 11.000 filiali.
Il 95% del credito erogato dalle BCC deve restare nel territorio di competenza, creando un circuito in cui il risparmio raccolto localmente viene reinvestito localmente — sostenendo famiglie, piccole imprese, artigianato e agricoltura che altrimenti resterebbero esclusi dai canali tradizionali. Un modello basato sulla conoscenza diretta del cliente e del contesto, che valorizza la relazione personale anziché gli algoritmi standardizzati.
Nuovi abitanti: i segnali di un’inversione
Se cooperative e credito cooperativo rappresentano risposte endogene, i dati demografici più recenti suggeriscono che queste risposte stiano iniziando a produrre effetti più ampi.
Il Rapporto Montagne Italia 2025 dell’UNCEM registra un dato che interrompe decenni di narrazione univoca: tra il 2019 e il 2024, circa 135.000 persone hanno trasferito la residenza nei comuni montani. Il saldo migratorio verso la montagna è tornato positivo.

Il fenomeno ha profili diversi: i “ritornanti”, che rientrano dopo percorsi formativi altrove portando competenze e reti di relazioni; i “nuovi montanari”, attratti dalla qualità della vita e dal lavoro da remoto; l’immigrazione straniera, che spesso occupa funzioni essenziali per la tenuta dei territori.
La distribuzione, tuttavia, non è uniforme. L’arco alpino e l’Appennino settentrionale mostrano dinamiche positive; l’Appennino meridionale fatica ancora, frenato da carenze infrastrutturali e da un tessuto economico più fragile. La domanda di aree interne esiste, ma le condizioni per accoglierla non sono ovunque presenti.
Il nodo delle politiche pubbliche
Se la domanda di aree interne cresce e le risposte dal basso si moltiplicano, resta da capire perché le politiche pubbliche fatichino a produrre impatti proporzionali agli investimenti.
I dati sulla Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) restituiscono un quadro che merita attenzione. Il ciclo di programmazione 2014-2020 ha coinvolto 72 aree progetto, 1.060 comuni e una dotazione complessiva di oltre 1,2 miliardi di euro. Eppure, al 31 dicembre 2023, i pagamenti effettivi — le risorse realmente trasferite ai beneficiari — si attestavano a 139 milioni di euro, poco meno del 12% del programmato.
Il dato, però, va contestualizzato. Rispetto all’anno precedente, i pagamenti sono cresciuti di oltre il 40%, segnalando un’accelerazione dopo anni di stallo. I sistemi di monitoraggio, inoltre, soffrono di problemi strutturali: molte spese regionali non vengono tempestivamente registrate, generando una sottostima della spesa reale. Ma il nodo di fondo resta visibile: la catena di trasmissione tra stanziamento e realizzazione si inceppa con una certa regolarità.

Le cause sono in parte note. I piccoli comuni — soggetti attuatori della maggior parte degli interventi — dispongono di strutture amministrative ridotte, spesso prive di uffici tecnici o delle competenze necessarie per gestire bandi complessi e rendicontazioni articolate. La governance multilivello, che coinvolge Stato, Regioni e associazioni di comuni, allunga inevitabilmente i tempi. La frammentazione degli interventi in micro-progetti aumenta il carico burocratico senza generare impatti sistemici immediati.
La sfida, dunque, non è solo trovare risorse — che in parte ci sono — ma farle arrivare dove servono. Tra le ipotesi più discusse: uffici tecnici intercomunali, competenze condivise tra più aree, procedure semplificate. Soluzioni che richiedono tempo e volontà politica.
I Pagamenti per Servizi Ecosistemici: un’ipotesi da esplorare
Le difficoltà della SNAI suggeriscono che il problema non sia solo amministrativo. Forse è anche di impostazione: i sussidi a progetto, per loro natura, richiedono capacità di progettazione, tempi di approvazione, rendicontazioni complesse. Non sempre sono lo strumento più adatto per territori fragili.
I Pagamenti per Servizi Ecosistemici e Ambientali (PSEA) offrono una logica diversa: invece di finanziare progetti, remunerano direttamente chi produce benefici ambientali misurabili.
Il ragionamento che li sostiene è lineare. Le aree interne generano servizi di cui l’intero Paese beneficia: acqua pulita, sequestro di carbonio, stabilità dei versanti, biodiversità. Chi mantiene un bosco gestito, chi pratica agricoltura che rigenera i suoli anziché impoverirli, chi presidia un territorio prevenendo dissesto e incendi, sta erogando un servizio alla collettività. Un servizio che oggi non viene riconosciuto economicamente, o lo è solo in forma episodica e frammentaria.
I PSEA propongono di rendere esplicito questo scambio: chi beneficia dei servizi ecosistemici — gestori idrici, aziende che utilizzano risorse naturali, comunità urbane che ricevono acqua pulita e aria respirabile — contribuisce a remunerare chi quei servizi li produce e li mantiene. Non si tratta di assistenza, ma di compensazione per prestazioni effettivamente erogate.
La legge 221/2015 aveva previsto l’introduzione di un sistema nazionale di questo tipo. La delega non è stata pienamente attuata, ma esperienze pilota in diversi parchi e regioni italiane stanno dimostrando che il modello può funzionare: dalla gestione forestale certificata alla valorizzazione delle risorse idriche, dalla manutenzione dei versanti montani alla cura del paesaggio agrario.
Il passaggio da vincolo ambientale a produzione di servizi è un’ipotesi che merita approfondimento — anche se la sua applicazione su larga scala presenta ancora incognite normative ed economiche. L’idea di fondo resta interessante: un agricoltore che applica pratiche rigenerative verificabili non sarebbe più un soggetto da assistere, ma un fornitore che eroga un servizio misurabile.
La Cooperativa Nuovo Cilento: cinquant’anni di pratica
Cooperative di comunità, credito cooperativo, nuovi abitanti, politiche pubbliche da sbloccare, servizi ecosistemici da riconoscere: i temi attraversati in questo articolo descrivono un ecosistema di pratiche e strumenti. La Cooperativa Nuovo Cilento rappresenta un’esperienza che da cinquant’anni incrocia molti di questi elementi.
450 soci, oltre 2.500 ettari coltivati nel Parco Nazionale del Cilento, un sistema integrato che ha attivato persone, competenze e risorse ponendo un argine allo spopolamento di San Mauro Cilento. Dal frantoio dotato di tecnologie che preservano le qualità nutraceutiche dell’olio, al ristorante che recupera le ricette del Cilento antico con grani autoctoni e legumi dei Presidi Slow Food; dalla biofattoria didattica ai corsi di formazione in agricoltura rigenerativa frequentati da agricoltori di tutta Italia.

Non si limita a produrre: rigenera i suoli, ricostruisce reti tra città e campagna, forma le nuove generazioni. È la dimostrazione che l’azione locale, quando è costante e radicata, può generare connessioni più ampie.
Il 22 gennaio, in occasione del cinquantesimo anniversario, la Cooperativa ospiterà un convegno che raccoglierà questi temi e avvierà la scrittura collettiva di un Manifesto per un nuovo Patto delle Aree Interne. Oltre 20 esperti — ricercatori, agricoltori, rappresentanti istituzionali, esponenti del credito cooperativo — lavoreranno a un documento che nasce da chi queste terre le abita e le lavora.
Un punto di partenza per i prossimi cinquant’anni.