Il nostro cibo tra globalizzazione, dazi e trattati tossici: facciamo la spesa guardandoci intorno

Questa disordinata stagione di iniziative politiche orientata dai capricci e dall’arroganza dell’amministrazione Trump, può avere un lato positivo: potrebbe farci comprendere meglio come sta funzionando la globalizzazione del cibo e degli scambi commerciali e farci rendere conto che abbiamo bisogno di una politica agricola che si occupi davvero degli agricoltori che lavorano nel rispetto della natura e di cittadini che comprendano quale agricoltura sostengono quando vanno a fare la spesa.

Se non può metter “fuori” la spazzatura il capitalismo scricchiola

La frenesia intermittente dell’amministrazione Trump sui dazi  sta forse servendo a qualcosa di buono. Stiamo infatti comprendendo, finalmente, che la globalizzazione non è servita solo a cercare di imporre all’universo un unico modello di vita, produzione, relazioni sociali, ovvero il capitalismo. Oggi, peraltro, proprio quel capitalismo si sta accorgendo che il ramo su cui stava seduto inizia a scricchiolare perché un modello produttivo fondato sull’esternalizzazione delle negatività come sottolinea Saito Kohei ne “Il capitale nell’antropocene” (Einaudi 2024), quando ha occupato tutto lo spazio possibile (grazie alla globalizzazione che esso stesso ha prodotto) non ha più la possibilità di esternare nulla e finirà per collassare sotto il peso del suo malfunzionamento.

Il sistema funzionava bene quando qualcun altro si poteva beccare i danni. Se ora siamo tutti nel sistema, la spazzatura che produce inizia a soffocarci. Prima si poteva pensare di andare avanti affamando i popoli lontani; ma poi, grazie alla globalizzazione, hanno scoperto che qui si stava meglio, e stanno arrivando. Ma i migranti non li vogliamo. Prima potevamo pensare di andare avanti inquinando gli ambienti in cui non vivono gli esseri umani, come le zone artiche, o il mare; ma il più straordinario fenomeno globale si chiama riscaldamento climatico: quella è una negatività che non possiamo esternalizzare.

Se la globalizzazione funziona come la natura

La globalizzazione però, appunto è servita anche a creare tra i paesi un sistema molto simile a quello che esiste in natura:  si chiama interdipendenza, o se preferite coevoluzione. È successo alle nostre economie, e la doccia scozzese di minacce e rassicurazioni che arriva dagli Stati Uniti ha, se non altro, il merito di aver diffuso questa consapevolezza: lo aveva già fatto la guerra in Ucraina, e prima la pandemia di Covid19, e prima ancora la crisi del 2008, e via indietro, ma siamo studenti pigri, abbiamo bisogno di continui ripassi o dimentichiamo qualunque lezione. 

Il comparto agroalimentare non sfugge a queste logiche, anzi è forse persino più obbligato a seguirle, dal momento che la produzione alimentare non è delocalizzabile come quella delle automobili o dei bulloni: serve terra e clima. La Finlandia, la Norvegia e l’Islanda sono i principali consumatori di caffè al mondo, ma la coltivazione del caffè è possibile solo nella fascia intertropicale. Lo stesso ragionamento vale per la frutta tropicale e fin qui è tutto comprensibile. Ma anche il cibo che ci sembra più “nostro” – perché fa parte della tradizione o perché ne vediamo solo la parte finale della filiera –  in realtà ha bisogno di commerci con paesi lontani.

Qualche esempio

L’Unione Europea, nel suo complesso, è il quarto paese produttore di carne bovina, dopo USA, Brasile e Cina, ma la carne che produciamo non copre l’intero fabbisogno europeo e ad esempio l’Italia è (tra i paesi europei) il miglior cliente della carne brasiliana. Oltre all’importazione del prodotto finito, tuttavia, anche per la produzione interna, cioè per l’alimentazione dei bovini europei, abbiamo bisogno dei paesi lontani, ed in particolar modo per la soia, che importiamo, ancora, dal Brasile e il mais che ci arriva da Argentina e Brasile.

Il riso è considerato uno dei pilastri della tradizione culinaria italiana: ma la produzione europea è decisamente al di sotto del fabbisogno e infatti importiamo oltre 200mila tonnellate di riso all’anno, principalmente da Pakistan, Mianmar, Cambogia e America Latina.

E che dire del grano duro? Nulla come la pasta secca rappresenta la consolidata tradizione alimentare italiana, e infatti il grano duro che importiamo ci serve anche perché siamo grandi esportatori di pasta, ma non produciamo una quantità sufficiente dell’ingrediente principale che serve a produrla. Ne lavoriamo circa 6,5 milioni di tonnellate all’anno, di cui 4 prodotte internamente. I 2,5 milioni di tonnellate mancanti le importiamo, in parte da paesi EU e per quel che riguarda i paesi non EU, dal Canada (circa 700mila tonnellate).

Se importiamo cibo importiamo pratiche agricole: servono “misure specchio”

L’altra partita interessante, e parallela, si gioca poi sul versante agricolo, in particolare su pesticidi e diserbanti. C’è un importante dibattito che da mesi imperversa tra l’UE e molte organizzazioni della società civile. La richiesta di queste ultime è che l’UE pretenda che nei trattati commerciali con i paesi extra-UE vengano inserite le cosiddette “misure specchio” per uniformare i prodotti importati alle regole obbligatorie per gli alimenti prodotti in Europa. Questa preoccupazione riguarda in particolare i residui massimi consentiti dei principi attivi contenuti in diserbanti e pesticidi: se nei prodotti europei è previsto un limite massimo a tutela della salute del consumatore non si vede perché i prodotti importati non debbano sottostare alle medesime regole.

I veleni vietati in EU rientrano dalla finestra

Inoltre c’è da considerare che fuori dall’EU sono ancora utilizzate sostanze che in Europa sono ormai vietate da anni, proprio perché ritenute gravemente tossiche.  Qui la questione si ingarbuglia un po’ e vale la pena di capire perché: si ingarbuglia dal punto di vista ambientale, perché le sostanze chimiche che sono permesse fuori dall’Europa inquinano il nostro stesso pianeta; si ingarbugliano dal punto di vista dei diritti umani, perché quelle sostanze, di cui è stata dimostrata la tossicità colpiscono le comunità rurali dei paesi che producono il nostro cibo; e si ingarbugliano dal punto di vista economico perché le multinazionali della chimica che producono e vendono quelle sostanze ai paesi terzi hanno quasi tutte sede sul suolo europeo, e non potendo venderle ai paesi dell’EU fanno importanti pressioni sui governi dei paesi terzi affinché non prendano iniziative a favore dell’ambiente o degli agricoltori o dei consumatori, insomma affinché quelle sostanze possano continuare indisturbate la loro opera di avvelenamento.

Un esempio clamoroso è quello del Clorpirifos, insetticida e antiparassitario vietato in UE grazie a un voto del 2019 (con l’astensione dell’Italia e il voto contrario di Portogallo e Spagna, questi ultimi due paesi sede della multinazionale che lo produce, la Ascenza Agro e la Industrias Afrasa) perché è stata provata la sua genotossicità e sono stati dimostrati collegamenti con i danni sullo sviluppo del cervello dei bambini, l’autismo, le malformazioni fetali. Ma nei paesi da cui importiamo, ad esempio, banane o tè, non è vietato e non esiste al mondo un organismo che possa vietare globalmente l’impiego di una determinata sostanza, sicché ogni paese deve decidere per sé e più è povero più è permeabile alle pressioni delle multinazionali. Stesso discorso, ma nel mondo dei diserbanti, vale per il Paraquat, erbicida altamente tossico prodotto da Syngenta, vietato in EU dal 2007 e correlato con l’insorgenza del morbo di Parkinson e, come l’altro, vietato in una sessantina di paesi del mondo, quelli più ricchi. Viene prodotto da Syngenta, che ha sede in Svizzera e numerose filiali in Italia: proprio l’Italia è, dopo il Regno Unito, il secondo esportatore mondiale di agrochimici.

E intanto si vara l’accordo UE-Mercosur

C’è, dunque, una complicatissima e per certi versi delicatissima rete globale sulla quale i “tira e molla” di Trump hanno improvvisamente aperto gli occhi di molti cittadini, come era successo qualche anno fa allo scoppio della guerra in Ucraina, quando avevamo improvvisamente scoperto quanti cereali viaggiano per l’universo e quanti composti chimici che ci servono a produrre fitofarmaci arrivano proprio da Russia e Ucraina. 

L’ultimo “successo” della diplomazia commerciale si chiama accordo UE-Mercosur e si presenta come una summa di tutte le tematiche esposte finora. Si tratta di un accordo commerciale tra l’Unione Europea da un lato e Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay dall’altro (Mercosur sta per Mercado Comun del Sur) che prevede una importante liberalizzazione (cioè eliminazione o forte abbattimento dei dazi) degli scambi commerciali, e riguarda anche i prodotti agricoli. 

Certo, formalmente c’è qualche clausola che riguarda la sostenibilità, ma non si capisce come si dovrebbe risolvere, se non a svantaggio di chi lavora con maggiore attenzione all’ambiente, alla salute e al benessere animale, il divario di standard produttivi che esiste tra i due contraenti. Il che significa, n ultima analisi, a svantaggio dei cittadini europei che si ritroveranno sul mercato – e, grazie ai dazi annullati, a prezzi interessanti – prodotti che 

a) ai produttori europei è vietato produrre in quel modo; 

b) sono chiaramente una violazione del loro diritto alla salute, alla sicurezza alimentare; 

c) rendono di fatto i cittadini (e i governi!) europei complici del danno ambientale, sociale e sanitario perpetrato ai danni delle comunità produttrici.

Le app possono aiutare 

In questo clima di sostanziale confusione e progressi che procedono con grande lentezza, provano a dare una mano gli sviluppatori di app.

Come sempre un modello di sviluppo capace di mettere le tecnologie al servizio della società, come ampiamente argomentato da Alex Giordano, all’interno di FoodSystem 5.0, può generare un cambiamento.

Finora l’app più nota, in relazione alle scelte alimentari è stata sempre Yuka: l’analisi che questa app fornisce riguarda gli ingredienti e i valori nutrizionali dei prodotti, ma potrebbe sempre evolvere aggiungendo quanto meno l’origine degli ingredienti o dei prodotti di base affinché i consumatori più informati possano capire quale tipologia di agricoltura ha generato quello che stanno per mangiare. 

Sull’onda però della politica internazionale, alcune app già sono disponibili: No Thanks aiuta ad individuare i prodotti israeliani, o comunque legati in qualche modo ad Israele. Non è pensata per educare o informare, semplicemente si inquadra il codice a barre e se la schermata diventa rossa significa NO, se invece diventa verde allora chi vuole boicottare Israele può procedere all’acquisto. Un po’ tranchant, ma è un criterio. Lo sviluppatore di questa app è palestinese, si chiama Mahmud Bashbash e vive a Budapest.

Se invece, per ragioni politiche o di preoccupazione salutistica si decide di boicottare la produzione statunitense c’è un’app tutta italiana che si chiama Trump Tax ed è stata sviluppata da VAS (Verdi Alleanza Sinistra). E’ interessante questa discesa in campo di un partito che si affida ad uno strumento diretto per indirizzare le scelte quotidiane dei cittadini. Naturalmente i principali store di app non hanno ospitato questo prodotto, ma l’app è scaricabile dal sito  trumptax.eu.

Le app, poi, non servono solo a boicottare, ci sono anche quelle che cercano di facilitare acquisti rivolti al mercato interno. Una di queste è Foodbarrio, che mette in contatto diretto produttori e consumatori (i produttori possono aprire una sorta di negozio online e i consumatori possono accedervi individualmente o in gruppo) di specialità alimentari artigianali italiane. O ci sono siti, come Foodoteka, che promuovono e fanno da ponte tra chi acquista e chi produce, con un’attenta ricerca per individuare produttori che lavorano nel segno della sostenibilità ambientale. Iniziative preziose, che, oltre al supporto concreto che possono dare ai produttori, offrono la possibilità di migliorare la cultura alimentare dei consumatori. 

Servono politiche pubbliche e cultura alimentare diffusa

Tuttavia, a livello individuale, di comunità, di nazione o di sovranazione servono iniziative meno puntiformi, serve una politica pubblica a difesa degli agricoltori e serve che la spesa quotidiana, non l’acquisto una tantum, torni ad essere rivolto alle produzioni interne. Bisogna tornare, per usare un’espressione di Veronelli, a “camminare” le nostre zone rurali, sapere cosa fanno, come stanno e cosa producono gli agricoltori della nostra zone. 

E anche “come”, producono, ovviamente. 

Perché nemmeno da noi l’agricoltura è tutta uguale: l’Italia è il sesto paese al mondo (il primo in Europa) per utilizzo di chimica in agricoltura, riversiamo nei nostri campi 114 mila tonnellate di chimica ogni anno, per un totale di circa 400 principi attivi diversi. Non bisogna scegliere solo il cibo, non bisogna scegliere solo la nazione, bisogna scegliere anche l’agricoltura o saranno sempre decisioni che pacificano la nostra coscienza (che invece deve restare ben sveglia ed agitata) e – paradossalmente – ci indurranno ad essere meno significativi, meno attivi proprio sul fronte più caldo, più pericoloso e dove si concretizzano le più gravi ingiustizie: quello ambientale. 

Servono politiche pubbliche a supporto del mercato interno, delle filiere corte e sostenibili; servono cittadini pronti a supportare i produttori di vicinanza che lavorano nel rispetto della natura. A questo proposito, serve cercare di comprendere sempre meglio come funziona la natura e come possiamo proteggerla proteggendo allo stesso tempo i diritti dei più fragili, dei più poveri e di tutti quelli che non sono ancora nati e ai quali stiamo preparando un’eredità malefica per la quale non è previsto l’istituto del beneficio di inventario. 

Per approfondire:

https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/cje_07_45

https://food.ec.europa.eu/plants/pesticides/approval-active-substances-safeners-and-synergists/renewal-approval/chlorpyrifos-chlorpyrifos-methyl_en

https://www.slowfood.it/wp-content/uploads/2024/06/REPORTMIRROR_ITA_3giu_compressed.pdf

Cambiamo agricoltura, Atlante dei Pesticidi: https://www.cambiamoagricoltura.it/sites/default/files/2023-02/atlante_dei_pesticidi_web.pdf

November report. Licence to Kill – A EU guideine with far-reaching consequences: https://www.pan-europe.info/sites/pan-europe.info/files/public/resources/reports/November%20report%20-%20%27Licence%20to%20Kill%20-%20an%20EU%20guideline%20with%20far-reaching%20consequences%27.pdf

Public hearing regarding the export, use, benefits and side effects of pesticides not approved in the European Union Written Statement: https://www.bundestag.de/resource/blob/1029232/6b80f314da1b3f428a2a37b9153895e2/Stellungnahme-SV-Alan-Tygel.pdf

Paraquat, l’agrotossico Made in Europe | Gift: https://www.greatitalianfoodtrade.it/consum-attori/paraquat-lagrotossico-made-in-europe/

Re Soil Foundation, Vietato nella UE, ma l’export del Clorpirifos continua: https://resoilfoundation.org/ambiente/clorpirifos-cps-vendita-extra-ue/

Toxic residues through the back door | Corporate Europe Observatory: https://corporateeurope.org/en/2020/02/toxic-residues-through-back-door

Importazioni ed esportazioni: vietati eppure venduti | Heinrich Böll Stiftung | Paris | France | Italie: https://fr.boell.org/it/2023/03/09/importazioni-ed-esportazioni-vietati-eppure-venduti.

Luig et al, Double Standards and Hazardous Pesticides from Bayer and BAS:

https://www.inkota.de/sites/default/files/2023-08/inkota-study-double-standards-and-hazardous-pesticides.pdf, 2020

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