Cibo, territori e futuro condiviso: il WFF Italian Chapter incontra Rural Hack al Polo Tecnologico di Napoli

Una giornata intensa, calda, luminosa. Un crocevia di storie, saperi e territori. Un incontro tra chi studia il futuro e chi, ogni giorno, prova a costruirlo nella pratica. È difficile sintetizzare tutto ciò che è accaduto durante la visita del WFF Italian Chapter al Polo Tecnologico dell’Università Federico II di Napoli, ma ci proveremo. Con la consapevolezza che certi incontri, più che raccontati, andrebbero vissuti.

Dove una volta c’era la Cirio

Il primo momento della giornata ha avuto il sapore delle radici. Il prof. Domenico Accardo, direttore del CeSMA (Centro Servizi Metrologici Avanzati), ha accolto con entusiasmo e grande empatia i 30 giovani studiosi e studiose internazionali (provenienti da Vietnam, Africa, Cina, Iran, Sri Lanka e altri Paesi), non limitandosi a un saluto istituzionale, ma tracciando una vera e propria genealogia territoriale dell’innovazione.

Il Polo Tecnologico di San Giovanni a Teduccio sorge sulle ceneri dell’ex stabilimento Cirio, una delle industrie simbolo dell’agroalimentare italiano e dell’export mediterraneo. In quel luogo si produceva pomodoro destinato ai mercati di tutto il mondo: una filiera produttiva che parlava di cibo, ma anche di identità territoriale, lavoro, economia e sogni collettivi.

Trasformare quell’area in un centro avanzato di ricerca e sviluppo tecnologico significa allora non spezzare un filo, ma intrecciarlo in nuove direzioni. Significa riconoscere che fare scienza situata — che parte dal territorio e produce impatto — è oggi uno dei gesti più radicali e necessari.

Una ricerca che disseta

La visita è poi proseguita nei laboratori del CeSMA, a partire da quello del Prof. Marco Trifuoggi, il Laboratorio Chimico di Misure per l’Ambiente – ACE. Tra le tante attività presentate, ha colpito in particolare il progetto UNINACQUAM, piattaforma avanzata per la gestione sostenibile delle risorse idriche.

La concretezza di questo progetto è stata restituita in modo perfettamente coerente — e poetico — da un gesto simbolico e giocoso: una catena umana, orchestrata dalla ricercatrice Angela Belletti, per distribuire bicchieri d’acqua direttamente dal rubinetto del bagno. Un piccolo rito che ha saputo dissetare, rinfrescare e far ridere. Ma soprattutto: riconnettere l’acqua al corpo, al gioco, alla cura.

Droni, voliere e agricoltura sostenibile

Dal micro al macro. Nel Laboratorio LIFT, il Prof. Giancarlo Rufino ha mostrato ai partecipanti le più avanzate tecnologie del volo, con particolare attenzione ai progetti che impiegano droni per monitorare e ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura.

La grande voliera per testare i droni ha suscitato meraviglia e stupore. I giovani hanno voluto immortalare quel momento con una foto collettiva. Non solo come souvenir, ma come testimonianza del fatto che l’innovazione può (e deve) essere anche sostenibile, accessibile e radicata nei bisogni reali della terra.

Mani, silicone e immaginazione etica

Nell’area del MarteLab – Laboratorio di Misure Avanzate in Realtà Virtuale, l’attenzione si è spostata verso un altro confine: quello della robotica morbida e delle interfacce umane. Le ricercatrici Roberta Flauto e Federica Resto, giovanissime e preparate, hanno presentato alcuni prototipi di soft robotica, tra cui una mano in silicone capace di fungere anche da SoftGripper per la raccolta in agricoltura.

Un’innovazione che solleva questioni etiche profonde: chi disegna questi strumenti? Quali relazioni incorporano? Quali forme di lavoro umano sostituiscono o potenziano? Che impatto avranno sui gesti millenari della semina e della raccolta? Nel tempo dell’intelligenza artificiale e della scarsità ecologica, anche gli oggetti più tecnici diventano attori culturali. E richiedono un’immaginazione progettuale responsabile.

L’umanesimo digitale della Apple Academy

Grazie alla disponibilità del Prof. Giorgio Ventre e della talentuosa Matilde Cotroneo, abbiamo visitato anche la Apple Developer Academy, centro internazionale di formazione per sviluppatori digitali. Gli spazi, i metodi, le comunità: tutto parla di un umanesimo tecnologico che investe sulle persone, sulle idee e sulla capacità di trasformarle in prototipi utili al mondo.

Rural Hack e FoodSystem 5.0: dalla tecnica alla visione

La mattinata si è conclusa nel cuore del nostro Societing Lab, laboratorio congiunto con il CeSMA e sede operativa del progetto Rural Hack.

Qui il prof. Alex Giordano ha condiviso con i presenti la visione del FoodSystem 5.0, un paradigma che supera l’approccio 4.0 (incentrato su automazione e dati) per abbracciare una dimensione relazionale, simpoietica e rigenerativa del cibo. In questo modello, il cibo è infrastruttura culturale, linguaggio simbolico e spazio di co-evoluzione tra umano, naturale e tecnologico.

La nostra ricercatrice Peju Sokunle ha mostrato come le tecnologie evolute — dall’AI alla blockchain — possano essere addomesticate, ovvero messe al servizio di una transizione agroecologica giusta e inclusiva. E Alessia Cicarelli, coordinatrice del laboratorio, ha raccontato come tutto ciò si possa tradurre in strumenti di facilitazione e divulgazione capaci di aumentare le potenzialità del trasferimento tecnologico.

Il gioco della mappa: geografia delle emozioni

Uno dei momenti più intensi della giornata è stato quello curato da Annette Gitau responsabile della rete internazionale degli Alumni di Rural Hack e dalle ricercatrici Lamiaa Chab e Peju Sokunle: una grande mappa del mondo su cui i partecipanti hanno posizionato tre bollini:

  • uno per il luogo di origine;
  • uno per il luogo che vorrebbero visitare;
  • uno per la cucina del mondo che più li rappresenta.

Il tutto facilitato con delicatezza e profondità dal prof. Giordano e da Annette Gitau.

Un gesto semplice, ma carico di senso. Perché ci ha permesso di riflettere su cosa significhi oggi parlare di cibo nell’Antropocene.

Non come patrimonio statico o identità da difendere, ma come spazio fluido di contaminazione, ascolto e trasformazione. Una dieta mediterranea che non sia un simulacro turistico, ma un ponte tra culture, un racconto dinamico fatto di vento, coste, stagioni, ibridazioni viste in ottica evolutiva e non museale.

In tempi segnati da crisi climatiche, instabilità politica e impoverimento simbolico, il cibo può ancora essere la nostra grammatica comune. Ma solo se saremo disposti a rimetterci in discussione, a lasciarci contaminare, a inventare nuovi rituali. In un mondo di catastrofi potenziali, ciò che mangiamo diventa anche una forma di resistenza, un laboratorio del possibile.

Non si tratta di scegliere tra locale e globale. Si tratta di abitare un equilibrio dinamico tra radici e rotte, tra memoria e invenzione, tra biodiversità e biotecnologie, tra racconti millenari e software open source.

In questo senso, il cibo non è solo ciò che ci nutre. È il modo in cui costruiamo comunità, curiamo ferite, celebriamo differenze. È il codice attraverso cui possiamo ancora immaginare un futuro degno, condiviso, fertile.

Ed è per questo che Rural Hack continuerà a seminare relazioni, a cucinare possibilità, a coltivare sogni e da oggi lo faremo con nuovi e validissimi compagni di viaggio. 

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