Empower Rural Change: Donne, Giovani e Innovazione da Roma al Societing Lab

Il 2 aprile 2026, il polo universitario della Federico II a San Giovanni a Teduccio è diventato il crocevia di un dialogo internazionale fondamentale per il futuro del settore agricolo. Presso il Societing Lab, un gruppo di giovani provenienti da diverse culture si è riunito per discutere di emancipazione femminile e giovanile nei sistemi agroalimentari. L’evento si è configurato come un innovativo workshop satellite, capace di trasformare il lancio globale di una strategia FAO in una conversazione locale e profondamente interculturale.

Il contesto istituzionale: l’evento FAO e l’Empowerment Kit

La giornata ha preso il via in collegamento con la Lebanon Room della FAO Headquarters a Roma. Dopo i saluti iniziali, i riflettori si sono accesi sull’Empowerment Kit for Youth in Agrifood Systems. Non si tratta di un semplice manuale, ma di una vera e propria bussola operativa, frutto di un lavoro durato due anni e sviluppato dal Gender Equality and Rural Women’s Empowerment Working Group del World Food Forum (WFF) Italy Chapter.

Partendo dalle voci raccolte nelle Global Youth Consultations del 2025 , il kit affronta una vera e propria “doppia discriminazione” : i giovani nel settore agroalimentare italiano affrontano barriere strutturali legate all’età (come il limitato accesso alla terra e al credito), ostacoli che per le giovani donne si moltiplicano a causa del genere. Strutturato in cinque moduli pratici — che spaziano dalle opportunità di studio all’alfabetizzazione finanziaria, fino alla leadership e agli strumenti di advocacy — il kit è pensato per essere integrato anche nelle scuole attraverso i percorsi PCTO.

Le voci dal panel: educazione, reti e immaginari

La sessione mattutina, moderata da Francesca Antonucci (lead author del Kit), si è animata grazie a un panel ricco di spunti. 

  • Davide Agretto · Esperto di educazione giovanile, Ufficio Giovani e Donne FAO – WFF Youth Initiative: Agretto si è concentrato sul potenziale del Kit come strumento scolastico, in particolare all’interno dei percorsi PCTO. Il suo argomento è stato sia strutturale che culturale: l’alfabetizzazione alla sostenibilità alimentare deve entrare nelle classi non come materia opzionale ma come lente fondamentale, e il Kit fornisce l’impalcatura per farlo. Oltre ai contenuti, Agretto ha parlato del profondo cambiamento educativo in gioco: la necessità di cambiare non solo ciò che i giovani sanno sull’agricoltura, ma come si relazionano ad essa e se riescono a immaginarsi come attori al suo interno. 
  • Ilaria Pizzolato · Delegata provinciale di Vicenza, Coldiretti Giovani Impresa: Il contributo di Pizzolato è stato radicato nei meccanismi concreti del supporto istituzionale. Come rappresentante di Coldiretti Giovani Impresa, ha parlato di ciò a cui i giovani possono effettivamente accedere quando entrano nel settore: formazione, rappresentanza (advocacy), accesso ai finanziamenti e, soprattutto, una rete. Comunità, unità e rete sono stati i concetti su cui è tornata più spesso. Il suo messaggio è che nessun giovane agricoltore dovrebbe navigare nel sistema da solo.
  • Enrico Parisi · Consiglio di Presidenza, Consiglio Nazionale Giovani: Parisi ha affrontato una tensione centrale: per troppi giovani italiani l’agricoltura è ancora percepita come un ripiego. Invertire questa dinamica richiede interventi su più livelli: riforma delle politiche, cambiamento della narrazione e smantellamento dei pregiudizi culturali. Rendere l’agricoltura un’opzione primaria è un compito sia politico che generazionale.
  • Brigida Di Meglio · Imprenditrice agricola, fondatrice di Fattoria al Boschetto: Di Meglio ha offerto un esempio pratico. La sua fattoria interattiva è costruita attorno a laboratori pratici per bambini, attività pensate per ridurre la distanza tra le persone e il cibo che mangiano. Nel suo racconto, l’educazione avviene sul campo, attraverso l’esperienza diretta con il suolo, i semi e i processi. 

La sinergia metodologica: il Kit come motore del Workshop

La connessione tra l’Empowerment Kit e il workshop del Societing Lab ha rappresentato il passaggio cruciale dalla teoria all’azione. Il Kit non è stato utilizzato come un semplice testo da leggere, ma come un’impalcatura metodologica per la gestione di spazi di apprendimento non formale ed esperienziale. 

Se il documento presentato a Roma ha fornito la struttura teorica e la diagnosi delle disparità, il workshop di Napoli ha attivato quell’“Inclusività Radicale” (Inclusion by Design) auspicata nel Kit stesso, dove ogni contributo non è solo ascoltato, ma diventa una validazione tecnica dell’output finale.

L’esercizio dei canvas è stato, infatti, la traduzione pratica dell’Approccio Trasformativo di Genere (Gender Transformative Approach) descritto nel documento. Mentre il Kit invita a mettere in discussione le cause profonde delle disuguaglianze — norme sociali e relazioni di potere — il dibattito al Lab ha permesso di far emergere queste dinamiche in tempo reale. Questa interazione ha dimostrato che il Kit è uno strumento vivo: le sue linee guida sull’advocacy e sulla mappatura degli stakeholder hanno trovato sostanza nelle storie di vita di chi vi ha partecipato, trasformando le e i giovani da semplici uditori in veri e propri “Change Makers”. In definitiva, il Kit ha dato la forma istituzionale alla conversazione, ma il workshop ha fornito la prova empirica che la parità si costruisce attraverso la pratica del confronto.

Napoli come spazio di traduzione: il workshop Barriers e Bridges

Terminato il collegamento istituzionale, le telecamere si sono spente e il pomeriggio al Societing Lab si è trasformato in un laboratorio partecipativo. L’impostazione frontale ha lasciato spazio alle voci di un gruppo genuinamente internazionale, che includeva alumni del Lab come Sally Elizabeth Ofisi (Kenya), Sanaz Asadi, Zahra Zare, Parsa Salimi, Sahar Manouchehri e Ana (Iran), Olena Mariukhnych (Ucraina) e Saraya Abdurrahimli (Azerbaigian).

Attraverso due grandi canvas interattivi allestiti nello spazio, intitolati Barriers (le barriere) e Bridges (i ponti) , i partecipanti hanno tradotto le proprie esperienze in parole chiave sui post-it, mappando ostacoli e soluzioni.

Sul fronte delle barriere, il dibattito ha superato rapidamente i concetti più ovvi. L’ostacolo più persistente non è la legge, ma qualcosa di più difficile da contrastare per via legislativa: l’interiorizzazione dei ruoli di genere. Le norme sociali non si limitano a restringere l’accesso delle donne alle opportunità esterne; esse modellano la percezione stessa che le donne hanno di ciò che hanno il diritto di perseguire, creando quello che il gruppo ha definito un divario di auto-efficacia che agisce molto prima di incontrare qualsiasi barriera istituzionale. L’idea che il reddito di una donna sia supplementare piuttosto che fondamentale — un contributo invece di un diritto — è emersa come una delle espressioni più sottili, ma più incisive, di questa dinamica.

L’accesso ai finanziamenti è stato identificato come un secondo grande ostacolo strutturale, analizzato dal gruppo con estrema precisione. Parsa Salimi ha evidenziato che il problema non risiede semplicemente nella mancanza di capitale da parte delle donne; il punto è che l’accesso al credito è mediato dalla fiducia sociale, e quest’ultima è ancora distribuita in modo iniquo. Quando le istituzioni non riconoscono come credibile la visione imprenditoriale femminile — o quando i titoli di proprietà terriera, la garanzia più comune, non sono intestati a donne — il sistema finanziario riproduce le medesime disuguaglianze che, in teoria, dovrebbe contribuire a smantellare. Sahar Manouchehri ha osservato che questa dinamica è aggravata nelle aree rurali, dove infrastrutture carenti, scarsità di servizi per l’infanzia e isolamento geografico rendono il costo della partecipazione all’economia formale sproporzionatamente alto per le donne.

Il tema trasversale a diversi contributi è stato il posizionamento culturale dell’agricoltura stessa. Il gruppo ha rilevato una significativa divergenza nel modo in cui il settore viene percepito in diversi contesti nazionali:

  • In Italia e in Iran: l’agricoltura porta con sé un certo stigma sociale, essendo associata al lavoro fisico, a uno status modesto e a prospettive professionali limitate. Ciò spinge i giovani, specialmente quelli con un alto livello di istruzione, verso altri campi. Sanaz Asadi ha sottolineato come la pressione a scegliere medicina o ingegneria rispetto all’agricoltura non sia una semplice preferenza individuale, ma rifletta una gerarchia di prestigio alimentata da famiglie, scuole e discorso pubblico.
  • In molti contesti africani: come notato da Sally Ofisi, l’agricoltura viene insegnata fin dall’infanzia come una risorsa economica strategica e una fonte di innovazione — un inquadramento che la rende un’aspirazione piuttosto che un ripiego.

Riposizionare l’agricoltura come un settore ad alto valore, tecnologicamente avanzato e ricco di opportunità imprenditoriali non è solo una sfida di marketing; è la condizione necessaria per attrarre la prossima generazione di talenti, indipendentemente dal genere.

Sul fronte dei “ponti”, la conversazione è stata altrettanto ricca. Le reti comunitarie e tra pari sono emerse come la risorsa citata più frequentemente — non i programmi o le istituzioni in prima istanza, ma le persone. L’importanza della presenza di altre donne che hanno percorso strade simili, l’esistenza di spazi dove condividere l’esperienza senza giudizio e la possibilità di un mentoring informale piuttosto che burocratico: questi sono stati descritti da Zahra Zare, Saraya Abdurrahimli e Olena Mariukhnych come i meccanismi attraverso i quali si costruisce e si sostiene la fiducia in se stesse. In quest’ottica, il networking non è uno strumento professionale, ma una forma di infrastruttura sociale — che deve essere costruita deliberatamente nei contesti in cui non esiste ancora.

Infine, Giovanni Salvatore, ricercatore per Rural Hack, ha condiviso la storia di Nicoletta, una signora di 80 anni di Palo del Colle che negli anni ’80 ha aperto il proprio stabilimento di taralli e che abbiamo avuto il piacere di incontrare durante il workshop di tre giorni Tarallo Lab in Puglia. Nicoletta non ha semplicemente avviato un’attività; ha fondato una fabbrica contro la volontà del marito, in una cultura dove tale sfida poteva portare a danni fisici o all’ostracismo.

Nicoletta è l’esempio di chi si fa pilota del cambiamento perché ha sconfitto la propria paura. Una volta che una donna riesce a superare le avversità e ad affermarsi, diventa il punto di riferimento che dissolve i timori di chi viene dopo. Dimostra che la barriera è solo un’ombra e che, una volta attraversata, si diventa una pietra miliare dell’economia locale.

Tradizione e trasformazione: uno sguardo interculturale

Il confronto interculturale ha rappresentato uno degli elementi più rilevanti dell’intera giornata. Le prospettive provenienti da tutto il mondo hanno restituito una lettura complessa della tradizione, intesa non solo come vincolo ma anche come risorsa, a seconda delle modalità con cui viene attraversata.

I partecipanti italiani, nel confronto, hanno avuto l’opportunità di mettere in discussione alcune assunzioni implicite, generando uno spazio di apprendimento reciproco.

Ciò che si è prodotto non è stato un allineamento di posizioni, ma uno spostamento degli sguardi. Ed è proprio questo tipo di trasformazione che il Societing Lab, insieme alla task force Rural Hack, si propone di attivare: non eventi da consumare, ma processi da abitare.

Oltre l’evento: verso pratiche trasformative

La collaborazione tra Rural Hack e il WFF Italy Chapter che ha dato forma a questo evento è destinata a crescere. Una summer school prevista per il settembre 2026, sviluppata congiuntamente con il WFF e ospitata a Salerno, riunirà partecipanti internazionali grazie a borse di studio integrali: un’opportunità per approfondire il lavoro iniziato il 2 aprile e passare dall’analisi all’azione.

La giornata di Napoli è stata, tra le altre cose, una “prova di concetto” (proof of concept): ha dimostrato che connettere una sala a Napoli con una a Roma — e con il bagaglio di esperienze vissute di cinque diversi paesi — può generare qualcosa che nessuna delle due realtà avrebbe potuto produrre da sola. L’Empowerment Kit ha fornito la struttura alla conversazione; le persone presenti in sala le hanno dato sostanza.

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