Il Parlamento europeo ha proposto di vietare l’uso, alle aziende che immettono sul mercato preparazioni a base di vegetali o di materie prime prodotte in laboratorio, di denominazioni che possano ricordare le preparazioni a base di carne. Per non indurre, dice, il consumatore in confusione e per difendere l’operato degli allevatori. Tuttavia l’operazione non è né semplice né immediata. Né, forse, sensata.
Marx e Alice ci avevano avvisati
Ve lo ricordate Humpty Dumpty? Era un uovo e in una famosissima filastrocca inglese cade da un muro e non c’è verso di ricomporne i pezzi. In qualche modo, tuttavia, si deve essere ripreso, poiché lo ritroviamo nel secondo romanzo di Lewis Carroll (l’autore di Alice nel paese delle meraviglie), che si intitola Dietro lo specchio e quel che Alice vi trovò. Qui Humpty Dumpty, perfettamente recuperata la sua forma (nel senso letterale e figurato) dialoga con Alice a proposito delle parole:
“Quando io uso una parola- disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante – essa significa esattamente quel che decido io… né più né meno”.
“Bisogna vedere – rispose Alice – se lei può dare tanti significati diversi alle parole”.
“Bisogna vedere – replicò Humpty Dumpty – chi è che comanda… ecco tutto”.
Già, in fondo è tutto qui. Mi piace pensare che Carroll avesse letto L’ideologia tedesca di Karl Marx, uscito qualche decennio prima, e che abbia reso meravigliosamente pop l’affermazione secondo cui:
“Gli individui che compongono la classe dominante posseggono fra l’altro anche la coscienza, e quindi pensano. In quanto dominano come classe e determinano l’intero ambito di un’epoca storica, è evidente che essi lo fanno in tutta la loro estensione, e quindi fra l’altro dominano anche come pensanti, come produttori di idee che regolano la produzione e la distribuzione delle idee del loro tempo. È dunque evidente che le loro idee sono le idee dominanti dell’epoca”.
Non so dire, invece, se avesse presente questi autori l’europarlamentare francese di centro-destra Céline Imart, quando lo scorso 7 ottobre ha visto vincere a larga maggioranza la propria proposta di emendamento dell’OCM (Organizzazione comune del mercato) al fine di vietare i termini “meat sounding” nelle preparazioni vegetali. Imart ha puntualizzato che “si tratta di una questione di trasparenza e chiarezza nei confronti dei consumatori, oltre che di riconoscimento del lavoro degli allevatori” e ha aggiunto che non vuole vietare le alternative di origine vegetale (come è buona, lei…) ma solo “garantire che i termini abbiano il loro reale significato”.
Non è successo niente
Di fatto, al momento, non è successo nulla più di quanto detto sopra. Anche se tante testate hanno titolato dicendo che “L’Europa ha vietato” di chiamare hamburger quello di soia o polpette quelle fatte con i ceci, la verità è che l’UE, al momento, non ha vietato un bel nulla. Il Parlamento europeo, infatti, non legifera, ma propone. Ora la proposta di emendamento dell’OCM verrà raccolta dalla Commissione che si farà carico di avviare un confronto con Parlamento e Consiglio, realizzando quello che, con un termine che sarebbe piaciuto a Carroll, si chiama Trilogo.

Quindi calma e gesso, ma intanto cerchiamo di capire, dato che tutta quest’ansia di chiarezza verso il consumatore è quanto meno intermittente da parte delle istituzioni. Prova ne sia la riluttanza a usare in etichetta parole come “artificiali” o “sintetici” per indicare, ad esempio, gli aromi di sintesi, ovvero molecole “identiche” a quelle naturali ma ottenute in laboratorio spesso a partire da materie prime non commestibili. Sarebbe un bel modo, quello, di evitare confusione. Invece no, gli aromi sintetici si chiamano “aromi naturali identici”, ma in etichetta possono essere indicati, per brevità (non sia mai mai che disturbiamo il consumatore a leggere una o due parole in più) sia come “aromi naturali” sia direttamente come “aromi”. Ma torniamo alle nostre faccende.
Vecchie parole per nuovi prodotti
Ci sono diverse ragioni per cui la questione “meat sounding” non è di immediata soluzione.
Quella che viene sollevata da Stefano Bartezzaghi, semiologo (insegna allo Iulm di Milano) e giornalista, che ha accettato di ragionare con noi di questi temi, è piuttosto spiazzante:
“È una bella trovata, questa del meat sounding, ma tecnicamente non significa nulla. Non si può dare un nome a qualcosa di nuovo senza riferirsi a qualcosa di conosciuto. La parola polpetta viene da polpa. Se passasse il ragionamento che le polpette sono solo quelle di carne, allora i macellai dovrebbero far causa alle cartiere che usano polpa di legno! Quando inventarono l’albero delle navi a vela, non hanno chiesto il permesso ai boscaioli (e meno che meno ai boschi) per dargli un nome; quando hanno dato un nome ai letti a castello non hanno interpellato gli aristocratici che nei castelli ci vivevano. Scherzi a parte, il linguaggio non funziona così, ci sono parole di uso comune che servono per dare un nome alle innovazioni, e nessuno si confonde. Parliamo continuamente di web (ragnatela), di mouse (topo), di piattaforme, di reti: non sono parole nuove, ma sono nuovi gli oggetti che ricadono nel loro significato. Per quale motivo chi produce cibo a base vegetale dovrebbe essere privato di una parte del proprio patrimonio linguistico?”

La ragione più importante, in termini giuridici, è tuttavia un’altra, e cioè che non esiste una norma primaria europea – ovvero una direttiva o un regolamento – che vieti di utilizzare le parole della macelleria per altri settori. Per il latte, ad esempio, la norma primaria c’era ed è così stato relativamente più agevole, nel 2017, arrivare alla sentenza della Corte di giustizia Europea che vieta di chiamare latte ciò che non deriva dalla mungitura di un mammifero e di chiamare con denominazioni legate al mondo della caseificazione prodotti ottenuti da materie prime vegetali. Quindi addio al burro di tofu, al veggie-cheese, etc. L’Italia salvò il latte di mandorla, legato a tradizioni radicate, e altri paesi ottennero la medesima deroga per prodotti consolidati, ma non si salvarono i “nuovi” latti di soia, o di avena, che da allora vengono denominati sul packaging e nelle etichette come bevande o con espressioni simili.
Aveva ragione Gaber?
Eppure nel 2020 una proposta simile a quella della Imart era stata bocciata dal precedente Parlamento europeo, che nel 2024 si è rinnovato con le nuove elezioni spostandosi un po’ più a destra. Cosa c’entra la destra con la lotta alle materie prime vegetali? “Il minestrone è sempre di sinistra”, come nella canzone di Gaber? Non cadiamo nel tranello: aveva ragione Gaber ma in un altro passaggio di “Destra/Sinistra”:
L’ideologia l’ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c’è
se c’é chissà dov’è se c’é chissà dov’é.
Ripartiamo da lì, dal contrasto che giuridicamente ci potrebbe essere.
Il punto sono proprio le OCM (Organizzazioni comuni di mercato), che per ogni categoria di prodotti agricoli (vino, cereali, latte…) definiscono un insieme di regole europee, a partire dalla definizione dei prodotti stessi. Abbiamo già visto che per alcune categorie le regole sono più chiare, mentre per la carne la situazione è ancora in divenire.
Questo per il mercato è un problema, spiega Stefano Masini, docente di Diritto Alimentare all’Università di Tor Vergata di Roma:
“Qualunque elemento di confusione o di ambivalenza al livello delle informazioni proposte al consumatore si traduce, dal punto di vista del mercato, in un ostacolo agli scambi. La necessità di armonizzazione, volta a uniformare le regole linguistiche nella circolazione dei prodotti alimentari, a prescindere dalle caratteristiche qualitative ha già penalizzato il nostro Paese in ragione dell’assortimento dei prodotti tradizionali e delle abitudini di consumo. Penso alla denominazione “aceto”, che tradizionalmente in Italia è il risultato della fermentazione del vino e che è stata interessata da una operazione di svalutazione delle qualità differenziali con una scelta di omologazione linguistica che ha incluso anche i prodotti nati dalla fermentazione di mele o pere, con effetti penalizzanti per i nostri produttori, ma nel rispetto di altre tradizioni europee. Dal punto di vista giuridico la sentenza sui prodotti caseari è un punto fermo, ma per la carne occorre procedere a una definizione più complessa in mancanza di una definizione precisa”.

A rendere le cose ancora più complesse c’è il fatto che la tecnologia consente di produrre alimenti che non esistevano fino a poco tempo fa e dunque possono ricevere un nome comprensibile, come diceva Bartezzaghi, solo facendo riferimento a termini che il consumatore può comprendere.
“Su questo sono in totale disaccordo – precisa Masini – perché utilizzare denominazioni conosciute nell’immaginario collettivo e nella cultura per classificare prodotti di diversa composizione influenza il comportamento dei consumatori e si traduce in una operazione ingannevole, portando a una evidente perdita di valore per le produzioni tradizionali: proprio perché oggi la tecnologia consente di mettere sul mercato prodotti prima inesistenti, nell’ambito delle produzioni carnee il mercato e l’industria della carne possono andare in crisi”.
Il mercato non vuole pensieri
Siamo dunque arrivati al punto dolente: le ragioni del mercato, le preoccupazioni per gli scambi tra paesi, quantomeno all’interno dell’Unione Europea. Per questa ragione in materia di definizione degli alimenti i singoli Stati membri non possono legiferare, ma può farlo solo l’Unione Europea. Anche per questo la legge italiana 172/2023 “Disposizioni in materia di divieto di produzione e di immissione sul mercato di alimenti e mangimi costituiti, isolati o prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati nonché di divieto della denominazione di carne per prodotti trasformati contenenti proteine vegetali”, lascia – diciamo così – il tempo che trova.
Tuttavia l’emendamento proposto dalla Imart fa leva su altri elementi, il mercato apparentemente è l’ultimo dei problemi. Il problema sarebbe la tutela del know how degli allevatori e la chiarezza di comunicazione ai consumatori. Bartezzaghi, che ne pensa?
“È evidente che tutta quest’ansia di normare la parola ha a che fare con il mercato e non con l’uso comune. L’uso comune non lo normi. Noi continuiamo ad ordinare il cappuccino con latte di soia con buona pace di packaging ed etichette. Così come continuiamo a chiamare marmellata anche quella di pesche o di albicocche e non solo quelle di agrumi. La norma allontana il parlato dallo scritto nel tentativo di arginare il flusso dei cambiamenti. L’etichettatura deve avere come obiettivo la correttezza nei confronti del consumatore e puoi definire delle regole che tutti i produttori devono rispettare, ma il parlare delle persone non lo puoi normare. Magari cambia nel tempo, prima o poi, ma ci mette generazioni. Come quando cambiano i nomi alle strade o alle piazze: sopravvivono per decenni le doppie versioni, e se vuoi essere sicuro di essere compreso usando la nuova denominazione farai bene a citare anche il nome vecchio, magari con un “ex” davanti”.
Se non usiamo le parole che abbiamo, come ci capiremo?
Lo diceva già Eraclito: “per poter parlare con intendimento bisogna avvalersi di ciò che è comune”, e ce lo ricorda l’ultimo libro di Umberto Galimberti, Le disavventure della verità (Feltrinelli 2025). Resta però il fatto che in questo caso specifico, non sembra che la proposta di divieto vada nella direzione di aiutare il consumatore a scegliere e non si capisce come una cotoletta di melanzane dovrebbe danneggiare il know how degli allevatori di bovini.
“Se ognuno di noi si mettesse a fare il purista saremmo rovinati – continua Bartezzaghi -. Io sono milanese, per me non esiste altra cotoletta all’infuori di quella di vitello. Inorridisco all’idea della cotoletta di pollo, figuriamoci le melanzane. Ma da osservatore degli usi linguistici dico una cosa completamente opposta: ci sono le lingue e poi ci sono le sottolingue, varianti della lingua comune: si differenziano per regione, per etnia o anche per gruppi sociali. Quando questi gruppi si incontrano dovranno pur trovare un modo per intendersi, o no? E come possono farlo se non a partire da concetti e parole condivise, che abbiano un senso per tutti? Qui non esiste la legalità, e normare ad escludendum, anziché aprire ai nuovi significati di parole già note, crea attrito tra la decisione di chi ha l’autorità per normare e chi invece detiene l’uso delle parole. Nell’orale o nello scritto informale continuerà a vincere l’uso”.
Da parola a brand è un attimo
Questo è sicuro, ma le regole che verrebbero imposte a chi produce le alternative vegetariane creeranno problemi a quei produttori e l’UE, come fa notare Michele Fino, docente di Fondamenti di diritto europeo presso l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo (Cn) in un suo intervento sui social, non può danneggiare una categoria di operatori economici e favorirne un’altra.
Bartezzaghi, impedire a un gruppo di produttori di utilizzare parole che appartengono all’uso comune significa danneggiarli?
“Beh, direi proprio di sì, perché è come se il mercato trasformasse le parole di uso comune in brand. A volte nell’uso quotidiano succede il contrario, ovvero parole che erano originariamente brand diventano nomi comuni di oggetti appartenenti alla medesima categoria. Si pensi all’uso di chiamare scotch qualunque nastro adesivo, o il termine inglese per aspirapolvere, hoover, o ancora, il modo considerato oggi persino un po’ volgare, con cui chiamiamo i preservativi, goldoni, declinandolo all’occorrenza anche al singolare, che deriva dal normalissimo cognome di colui che mise sul mercato il primo brand di questo prodotto, di sua invenzione. Ecco che invece il mercato, o quantomeno le istituzioni che lo regolano, fa esattamente l’operazione opposta riferendosi a parole di uso comune come se fossero brand e, in quanto tali, “proprietà” di qualcuno o di una categoria di produttori: salsiccia, polpetta, bistecca, cotoletta. Come dovrebbero essere sostituite con parole di pari chiarezza ed efficacia? Se si impongono dei tabù per legge, poi letteralmente non hai più le parole per dirlo”.
Se dunque andasse in porto questa proposta di divieto, sia pure mettendoci almeno un paio d’anni secondo le procedure, che possibilità di definizioni alternative ci sarebbero?
“Il linguaggio ha anche i suoi limiti, lo vediamo continuamente. A un certo punto ti devi fermare e accettare quelle che sono le regole della comunicazione linguistica. Se decidi che invece le regole le vuoi sovvertire prima o poi esci dal linguaggio. È successo con la questione LBGTQ+: la preoccupazione di includere quante più sfumature e categorie possibili, senza lasciar fuori nessuno, ha travalicato le possibilità del linguaggio e si è dovuto ricorrere a quel segno + , che è un segno non linguistico”.
Qui la preoccupazione sembra esattamente opposta, ovvero quella di escludere, però il tema è il medesimo. Quindi conviene abbandonare l’idea che la lingua faccia il mondo? È un’idea affascinante, ma a giudicare da questa piccola vicissitudine europea sembra che vengono prima le cose e solo dopo le parole.
“Sì, credo che quello sia un principio spesso dato per scontato, ma io sarei per correggerlo proprio sulla scorta della posizione di Humpty Dumpty: il significato delle parole lo stabilisce chi comanda”.
Però in un sistema democratico le istituzioni dovrebbero essere lì per tutelare il bene comune, dovrebbero essere un po’ meno arroganti di Humpty Dumpty.
“Certo, e infatti c’è un rischio ulteriore nel modificare a colpi di normativa l’uso del linguaggio: e cioè che i cittadini abbiano la sensazione che alle istituzioni non solo non interessi l’uso comune del linguaggio, ma proprio la vita comune delle persone ad esso collegata; che le istituzioni non siano lì per facilitare loro la quotidianità, ma che stiano invece a proteggere gli interessi particolari di una determinata categoria economica, alzando cortine di fumo linguistico ben sapendo che tutti continueremo a chiamare cotolette anche quelle di tofu ma prodigandosi perché chi produce cotolette di carne abbia più strumenti – più parole – e facilitazioni negli scambi di mercato, in modo che risulti chiaro per tutti chi comanda, per l’appunto”.