Agrifood Summit 2024: verso la transizione energetica

Oggi l’agricoltura è un argomento multidisciplinare, un settore trasversale che abbraccia aspetti legati alla tutela dell’ambiente e della biodiversità, alla digitalizzazione e adozione di nuove tecnologie, ma anche al senso di comunità e alla cooperazione. Il primo settore si trova ad affrontare sfide e opportunità allo stesso tempo, come nel caso dei cambiamenti climatici, che spingono verso l’adozione di tecnologie come l’IA in grado di fornire delle previsioni e delle stime degli impatti.

L’agricoltura si pone anche come fattore determinante della transizione energica, con il ruolo esercitato dal connubio energia rinnovabile e tutela della biodiversità in un’era in cui si punta, da un lato, alla NET Zero Economy e all’indipendenza energetica e, dall’altro, alla mitigazione e all’adattamento agli effetti della crisi climatica. Il problema idrico che sta interessando il nostro Paese, con un eccesso d’acqua al nord e una grave siccità al sud, implica la necessità di interventi umani per migliorare la gestione delle acque.

Il primo settore: il più importante e il più vulnerabile allo stesso tempo

L’agricoltura è fondamentale per il sostentamento della popolazione, perché soddisfa uno dei bisogni essenziali dell’essere umano: la nutrizione. Ma è anche il settore più colpito dagli effetti della crisi climatica e dallo sfruttamento dei lavoratori. «Il capitale umano e i lavoratori nei campi debbano essere valorizzati – ha spiegato Cristiano Fini, Presidente CIA-Agricoltori Italiani – Abbiamo cercato di affrontare il problema del caporalato con il Ministero, ma non basta. Occorre aumentare i controlli, ma a maggiori controlli non devono corrispondere maggiori ordini amministrativi che possono ostacolare le imprese dignitose. Bisogna creare le condizioni economiche per le aziende agricole per avere non solo un reddito, ma anche per fare investimenti in sicurezza, con tassazioni adeguate dei prodotti».

Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil ogni anno sono circa 230mila i lavoratori nel nostro Paese senza contratto e senza diritti (di questi, 55mila sono donne e il 30% sono cittadini italiani o europei). «Il decreto flussi non è più su base annuale ma triennale, creando condizioni migliori e a lungo termine – ha dichiarato Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste – e comprende anche un rapporto multilaterale con le nazioni, formando nei propri paesi i lavoratori che intendono arrivare in Italia per permettere loro di adattarsi meglio al contesto italiano e al nostro modello di vita. Le regole contro il caporalato vanno sicuramente implementate. Infatti, in questi giorni abbiamo portato nel decreto agricoltura il disegno di legge della Calderoli, che permette di aumentare i controlli e ridurre burocrazia che ostacola e rallenta le imprese».

Una politica più incentrata sull’ambientale e sull’agricoltura

Un dato importante emerso dal Summit è lo scarso peso dato all’agricoltura a livello normativo, politico ed economico. Il primo settore dev’essere invece centrale nelle aree rurali e solo fornendo loro un’adeguata innovazione tecnologica e formazione degli agricoltori possiamo permettere alle aziende di sopravvivere ai tempi attuali. «L’80% del territorio UE è costituito da aree rurali non adeguatamente tutelate e con il totale disinteresse da parte della politica sia sul piano economico sia ambientale – ha aggiunto Cristiano Fini, Presidente CIA-Agricoltori Italiani – serve una politica più incentivante e un approccio più pragmatico che includa studi di impatto prima di valutare e implementare le proposte, spesso attuate in modo strumentale per indebolire il settore agricolo».

Non ultima la tutela di risorse, come acqua e suolo, sempre minacciate dai cambiamenti climatici. E le soluzioni sono negli investimenti sui bacini di accumulo, evitando gli straripamenti e laminando l’acqua nei momenti delle massime piene. Un altro punto non secondario riguarda la logistica. Il nostro Paese è in ritardo rispetto ai principali competitor.

Cooperazione e centralità di agricoltori e territorio, come ha ribadito il Ministro Lollobrigida, dovranno essere i mantra dei prossimi anni. «È importante la cooperazione tra organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Ad esempio, una possibilità di gestione di acqua e siccità in modo differente potrebbe essere nella manutenzione del territorio e nell’adozione di una visione strategica rispetto alla questione. L’approccio degli ultimi decenni era chiuso, limitato a interventi singoli rispetto alle necessità della singola istituzione. Ma c’è ancora molta disinformazione che si traduce spesso anche in atti terroristici come quello che è successo in Lombardia. Sono stati distrutti interi campi di riso coltivato con tecniche evolutive avanzate (TEA), in cui l’Italia rappresenta un esempio unico, che consiste in un processo naturale senza OGM che rende le colture più forti».

Tutelare il Made in Italy dalla concorrenza sleale e dall’Italian Sounding

L’entità del business attorno al Made in Italy si può comprendere con numeri emblematici, con un mercato che si attesta intorno ai 600 miliardi di euro e con circa 4 milioni di lavoratori (dati Coldiretti, 2022). I nostri prodotti, e in particolare la ricettazione, hanno un impatto significativo all’estero, dove sono simbolo di garanzia – ha precisato Andrea Mainardi, Chef e Conduttore televisivo – A fare la differenza è, ancor di più, non solo raccontare il prodotto con la ricetta, ma farlo attraverso un’esperienza e un tour ad esempio in un’azienda. Anni fa a New York era complicatissimo trovare un prodotto Made in Italy».

Nonostante le perdite legate ai ritardi nell’innovazione, nel 2022 le esportazioni dell’agrifood italiano hanno toccato i 624 miliardi di euro (il 21% in più rispetto al 2021, che ammontavano a 521 milioni di euro), con una crescita del 5,7 % nel 2023. Tuttavia, oltre allo sfruttamento dei lavoratori e agli effetti del riscaldamento globale, bisogna aggiungere un’altra nota dolente per il nostro sistema agroalimentare italiano: l’Italian sounding. «Il problema dell’Italian sounding è che coinvolge anche l’Italia – ha chiarito Lelli – che vende l’olio spagnolo con la cupola del Brunelleschi sopra. La reciprocità dev’essere anche all’interno dell’Europa perché Spagna e Grecia lavorano dei prodotti in deroga vietati in UE, cosa che accade più difficilmente nel caso di un prodotto extra UE ottenuto con procedure diverse da quelle riconosciute».

I controlli devono riguardare il prodotto in sé, ma anche e soprattutto la sua tracciabilità. E questo criterio deve estendersi anche al settore lattiero caseario e ortofrutticolo. «Attenzione anche all’arrivo dei prodotti che presentano, ad esempio, concentrazioni superiori alla norma di sostanze come il glifosato – ha aggiunto Felice Assenza, Capo Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF) – il nostro ente si muove su tre piste: Italia, UE e a livello internazionale. L’anno scorso abbiamo effettuato 55mila controlli sia ispettivi sia analitici, con estrema attenzione ai prodotti certificati (DOP, DOC, IGP e biologici). Dietro al made in Italy c’è tutto il processo di tutela e controlli che coinvolge l’intera filiera agroalimentare».

E proprio l’anno scorso è entrata in vigore la legge 206/2023 che prevede misure di contrasto dell’Italian sounding, con l’articolo 41 che contraddistingue il Made in Italy per la prima volta con una certificazione apposita.

Tra Intelligenza artificiale, Agricoltura rigenerativa e Vertical farming

Ciascuno di questi approcci, apparentemente diversi, converge in realtà che puntano verso un mondo più giusto. L’agricoltura rigenerativa, ad esempio, adotta un approccio olistico all’interno di un ecosistema, in quanto fondata su quattro principi fondamentali (rigenerare suolo, biodiversità, relazioni tra esseri viventi e saperi) che si focalizzano sul suolo e sulla rigenerazione della sua fertilità. «È importante però tenere gli occhi aperti perché questo tipo di agricoltura non è ancora normato – ha spiegato Susanna Debenedetti, Coordinatrice area Agricoltura Organica e Rigenerativa per Deafal – Attorno a questo concetto si è costruito un immaginario e un’idea, con multinazionali che se ne sono appropriate, stravolgendone i principi base, come gli ultimi due ad esempio. In alcuni casi, l’agricoltura conservativa è stata venduta come rigenerativa, ma questa stocca il carbonio nel suolo, non lo rigenera».

Poi c’è il blocco di possibilità che ruota attorno all’adozione dell’IA. «Negli ‘80 gli operatori agricoli erano 3 milioni, ora sono 1 milione – ha continuato la Debenedetti – perciò abbiamo bisogno di nuove tecnologie come l’IA anche per sfamare in modo più sostenibile. Tuttavia, se l’IA arriverà a essere utilizzata con questi ritmi, l’uso di energia potrebbe diventare talmente spropositato da non mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Bisogna per questo trovare il giusto equilibrio tra conoscenze antiche e tecnologie moderne».

Poi c’è il Vertical farming, che permette di coltivare le colture in verticale fuori suolo in aeroponica o idroponica. Uno dei vantaggi di questo sistema è la possibilità di disporre di un’alimentazione sicura, immune alle condizioni ambientali, ed è perciò l’idea per aree sovrappopolate come le grandi metropoli. Infatti, negli USA e Asia Pacifica (Giappone) è molto diffuso e sta iniziando anche in Italia, al Nord. Ma bisogna lavorare sulla diversificazione delle piante per aumentare il paniere di colture coltivabili. «Il Vertical farming ha delle potenzialità per produrre insalate e piante officinali, per controllare composti bioattivi specifici e morfologia– ha dichiarato Laura Cammarisano, Postdoctoral Researcher Istituto per l’Orticoltura di Leibniz e Assistente professore in Orticoltura Protetta alla University of California Davis – ad esempio con la lattuga rossa, su cui ho lavorato, le ricette luminose (aumento dell’intensità luminosa o della quantità di luce blu negli ultimi 3-6 giorni) possono permettere di ottenere la massima resa quantitativa e anche foglie croccanti, ricche di composti e antiox come le antocianine. Per incrementare tutto questo c’è bisogno di ulteriore ricerca a carattere multidisciplinare e collaborazione tra aziende e enti accademici, anche per studiare come contenere i costi dell’energia elettrica».

Certo, come ha spiegato anche Stefania De Pascale, Docente di Orticoltura all’Università Federico II di Napoli, questo sistema permette un risparmio idrico fino al 95%, con riciclo e recupero acqua traspirata attraverso sistemi di condensa. Inoltre, riduce la necessità di utilizzare gli agrofarmaci e un migliora alcuni aspetti della qualità. Tuttavia, «non risolverà il problema della fame nel mondo, in primis perché le colture idonee non sono i fondamenti dell’alimentazione del mondo, come nel caso di cereali e tuberi. In secondo luogo, il Vertical farming è fortemente energivoro, motivo per cui sarà difficile aumentarne la sostenibilità».

Il ruolo di Agrivoltaico e Agroenergia nella transizione energetica

In base al Piano nazionale energia clima, la nostra agricoltura dovrà raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 attraverso una diversificazione delle pratiche. Solo nell’agrivoltaico, come ci ha raccontato Valentina Lasorella, ricercatrice del CREA Politiche e Bioeconomia, ha raggiunto il 50%. «In agricoltura le fonti energetiche maggiormente interessate sono biogas e biometano, che si concentrano soprattutto in pianura padana, perché ci sono aree con tanti allevamenti che producono diverse quantità di effluenti che rappresentato più del 60% del prodotto inserito nel digestore, la restante parte sono prodotti dedicati (30%) e scarti di prodotti agroindustriali (10%). Il sottoprodotto di questa filiera è il digestato, che costituisce una valida alternativa agli attuali fertilizzanti agricoli, e l’installazione dei pannelli fotovoltaici».

Il biometano – che è purificato rispetto al biogas – può essere immesso nella rete nazionale che porta l’elettricità nelle nostre case e negli edifici del terzo settore. Oggi l’UE ha l’obiettivo di rendersi autonoma dalla fornitura russa, con l’Italia che sta (associazione italiana biogas) al terzo posto dopo Francia e Germania. «Il biometano aiuta a riacquistare un’autonomia energetica, decarbonizzando il mix – ha precisato Pier Lorenzo Dell’Orco, Amministratore Delegato Italgas Reti – Il ruolo della filiera della distribuzione del gas è cruciale, con operatori del gas che devono promuovere lo sviluppo e favorire gli allacciamenti».

Le criticità, per ora, sono l’errata percezione della popolazione, spesso anche legato a scarsa informazione. Un’altra questione sono i costi elevati, che possono essere ovviati con le comunità energetiche rinnovabili, che danno possibilità a vari attori di mettersi insieme dividendo sia le spese sia gli utili. Infine, ad oggi gli studi pilota e di impatto riguardo all’installazione dell’agrivoltaico nel contesto italiano sono pochi. Ci sono delle stime, ma ad oggi sono studi pilota.

«Ci sono solo vantaggi in questa transizione – ha dichiarato Rolando Roberto, Vicepresidente Italia Solare e coordinatore GdL agrivoltaico e FV nel territorio – fotovoltaico e agricoltura possono, devono convivere non solo per la decarbonizzazione, ma anche perché robotica e AI saranno energy intensive nei prossimi anni. L’agricoltura è anche il primo settore colpito dal climate change, che rappresenta una sfida importante per realizzare impianti in assetto fotovoltaico in modo intelligente. L’agrivoltaico alimenta la rigenerazione della biodiversità perché lascia molti terreni a riposo».

Conclusioni

La risposta, quindi, è sì. L’agricoltura attuale deve affrontare numerose sfide, ma molte di queste possono trasformarsi in opportunità. È il caso dell’Intelligenza Artificiale, dell’Agroenergia e delle vertical farm. Cogliere questa occasione però spetterà agli attori coinvolti nella transizione, dalla politica agli agricoltori, anche in base alle azioni che implementeranno nei prossimi anni.

Articolo a cura di Alessandra Romano

Condividi su:

Tabella dei Contenuti

Ultimi articoli