Riparare le cose per riparare il pianeta

Dall’agricoltura all’elettronica, dal software agli elettrodomestici la possibilità di sapere come sono fatti, come funzionano e come si riparano o migliorano gli strumenti della nostra vita quotidiana è intimamente legata al concetto di cura di relazione e di sostenibilità. il movimento dei riparatori lo ha compreso da tempo e sta ottenendo le prime significative vittorie. 

“Quel gran genio del mio amico

Con le mani con le mani sporche d’olio

Capirebbe molto meglio

Meglio certo di buttare

Riparare”

Lucio Battisti, Sì viaggiare, 1977

Quanto ci abbiamo messo a non dare più per scontato che riparare era meglio di buttare? Un attimo. Quell’attimo che ci è voluto perché la cultura del consumo, dell’usa e getta, del “sei quello che compri”  diventasse il brodo di coltura in cui sono diventate grandi sia le generazioni di politici e imprenditori che oggi stanno guidando il mondo sia le generazioni di cittadini che – almeno nel global North – lo popolano. 

Gli anni Ottanta e Novanta sono passati velocissimi, nella disattenzione dei più, mentre il ciclo “produci compra usa butta” diventava sempre più vorticoso e allo stesso ritmo sembravano esaurirsi tutte le vene di buon senso, di saggezza, di prudenza, che ci avevano guidato nei secoli precedenti. 

Per fortuna quelle vene non erano sparite, avevano solo subito una sorta di carsismo, come quei fiumi che sembrano scomparsi e invece stanno solo scorrendo sotto terra – per riemergere da qualche altra parte.

Un po’ di buon senso è riemerso con l’inizio del nuovo millennio: forse è stato quando si è capito che la faccenda del bug era, in sostanza, una fesseria, mentre non lo erano le impennate dei tassi delle cosiddette “malattie del benessere”, dipendenti dall’inquinamento dei cibo, dell’aria, dell’acqua.

Il buon senso è veloce a sparire e lento a ricomparire: nel 2007, dopo almeno 10 anni di campaigning, venne varata in Italia la legge che regolava e dava la possibilità di realizzare i Mercati Contadini, a immagine e somiglianza dei Farmers’ Markets americani. Era stata preceduta da anni di discussioni che tra sostenitori delle produzioni agricole massive, che necessitano di piattaforme di distribuzione globali e altamente tecnologizzate, e chi riteneva che le piccole economie locali dovessero ri-trovare una loro forma contemporanea, legittima e normata e che le produzioni di qualità e di scala medio piccola avessero necessità diverse dalle produzioni dell’agricoltura industrializzata. Con una certa fatica e non pochi compromessi, quella legge passò, e i suoi sostenitori dovettero impiegare non poche energie per spiegare che no, non si trattava di una “retromarcia” verso forme ormai superate di produzione e distribuzione; però sì, si trattava di un “ritorno”: categorie e attori che l’agribusiness aveva provato a togliere di mezzo, finalmente riemergevano dal loro carsismo ai confini della legalità, riconosciuti ora da una legge e non solo dalla consuetudine. Si relazionavano direttamente con i consumatori, in chiaro, come per millenni avevano fatto e come in realtà non avevano mai smesso di fare. 

Mentre tutto intorno a loro veniva regolato e normato, i mercati contadini, che nel frattempo diventavano sempre più rari, erano restati ai margini di questa attività regolamentatrice, fino a ritrovarsi sostanzialmente fuori legge. Per questo si era reso necessario un movimento, un’azione da parte di produttori e consumatori che chiedevano la loro riabilitazione, anche a livello normativo.

Agli osservatori superficiali quella legge sembrò quasi un assurdo: i contadini hanno sempre venduto i loro prodotti, si diceva giustamente, la vendita di cibo è l’origine di ogni forma di mercato, che senso ha una legge che lo consenta? Perché considerare “moderni” dei mercati che per i nostri nonni e bisnonni erano già la norma? Non erano osservazioni peregrine, eppure questo è quel che succede quando le maglie della struttura normativa si irrobustiscono e si infittiscono solo in alcuni settori: chi ne resta fuori rischia di restare fuori dalla legge. 

(Credit foto: Mark A. Phillips – www.markaphillips.co.uk)

Quando il buon senso torna, deve chiedere permesso

Nel 2012 si avviò in Europa  un movimento simile, The Restart Project, grazie all’iniziativa di Ugo Vallauri, classe 1977, che proprio dal mondo dei movimenti ecogastronomici aveva tratto, con il suo lavoro in Slow Food, non poca ispirazione. Di nuovo si trattava di una questione apparentemente ovvia, che stava nella logica delle cose: meglio, certo, di buttare è riparare.  Solo che questa riparazione spesso non è più materialmente possibile, perché mancano gli operatori, quegli amici geni sono sempre più rari, ma soprattutto perché sono drasticamente cambiate le logiche produttive. 

Così come avevano fatto dieci anni prima coloro che desideravano fare una cosa normale come acquistare il proprio cibo direttamente dal produttore in modo legale, gruppi di attivisti iniziarono a contestare il fatto che spesso, troppo spesso, gli oggetti industriali – elettrodomestici, apparati elettronici, macchinari – non sono riparabili. Non solo e non tanto per quella che presto divenne nota come “obsolescenza programmata”, ma per quella che si rivelò ben presto una questione di progettazione: non solo non erano pensati per durare, quegli oggetti, ma non erano pensati per essere aggiustati. Erano pensati per durare poco e per essere, al primo guasto, buttati e sostituiti con un nuovo esemplare, identico o minimamente diverso.

Dove poteva sfociare, in Europa, questa inquietudine, questo desiderio di riparazione in grande crescita nelle grandi città cosi’ come nei piccoli centri? In quello che nel frattempo, negli Stati Uniti, aveva trovato nome e dignità di diritto, il diritto alla riparazione. 

Lo avevano rivendicato, fin dagli anni Dieci del Duemila, gli agricoltori americani che protestavano contro la John Deere, azienda produttrice di macchine agricole, perché le riparazioni dei nuovi modelli erano sostanzialmente impossibili. Più aumenta il livello e la quantità di software presente nei nuovi macchinari, più questi diventano, in caso di guasto, completamente blindati. O si riportano ai centri autorizzati o in qualche caso direttamente alla casa produttrice, oppure la riparazione è, di volta in volta o impossibile o a rischio e pericolo del proprietario: niente garanzie sui pezzi adattati, come se avessero manomesso illecitamente una proprietà altrui: “if you can’t repair it, it is not really yours”, fu lo slogan di quel movimento, le cui vertenze contro la Deere continuano e che proprio pochi giorni fa ha ottenuto che la Federal Trade Commission la citasse in giudizio per pratiche sleali.

E’ importante capire come mai questa questione sia stata alzata proprio dal mondo agricolo, per non confondere i piani. Nell’agricoltura professionale il tempo non è solo denaro, è strettamente legato alla possibilità di avere un raccolto. Se una seminatrice si rompe quando i campi sono pronti la devi poter aggiustare subito, non puoi aspettare 15 giorni o i tempi che decidono i concessionari o le case produttrici. Per questo gli agricoltori sanno spesso fare anche un po’ i meccanici e per questo i meccanici che riparano macchine agricole in zone rurali (ovvero isolate, lontane dai centri industriali) sono elementi essenziali di quelle comunità. Lo stesso vale per le mietitrici e per tutte le altre macchine oltre che, naturalmente, per i trattori ai quali quelle macchine devono essere collegate. 

Non sono molte le situazioni in cui i macchinari sono così costosi da non potersi permettere di averne un esemplare di scorta, la produzione agricola è sicuramente una di queste.

Senza i riparatori muoiono le comunità

“Provate sempre a riparare il mondo”, scriveva Alexander Langer, in una sorta di testamento politico la cui potenza non è riuscita a contaminare la contemporaneità. Lo ricorda Alex Giordano, in Foodsystem 5.0 chiarendo l’importanza delle relazioni che si stabiliscono tra gli aspetti sociali e quelli tecnici che caratterizzano una determinata società e parlando precisamente di “regime socio-tecnico”. Per  inquadrare meglio il tema serve un passo indietro: non è solo questione di riparare un oggetto per evitare l’acquisto di uno nuovo con quel che esso implica in termini di estrazione di terre rare, produzione di materie prime, impiego di energia per la nuova produzione, energia per lo smaltimento del prodotto guasto o di inquinamento che accompagna tutte e ognuna di queste fasi. 

La questione è più ampia, più sottile, più strutturale. Lo aveva già pienamente compreso Richard Stallman nel 1983 quando fondò il movimento per il software libero sostenendo che la comunità dei programmatori non doveva essere separata da quella degli utilizzatori. Nel suo manifesto GNU scrisse: «I venditori di software usano il criterio divide et impera con gli utenti, facendo sì che non condividano il software con altri. Io mi rifiuto di spezzare così la solidarietà con gli altri utenti».

(Credit foto: Mark A. Phillips – www.markaphillips.co.uk)

I trattori John Deere non possono essere riparati né dagli agricoltori né dai meccanici indipendenti ai quali per generazioni si sono rivolti. 

Sembra un tassello da nulla, e invece su una cosa del genere si smonta una comunità. Che cosa rende tali le comunità? Le relazioni tra le persone. E qual è – al contempo – lo strumento e il prodotto delle relazioni? La cura. Ci rivolgiamo agli altri perché si occupino di noi o delle nostre cose e per occuparci di loro e delle loro cose. Le cose che possediamo sono quelle che ci servono per lavorare, per gestire le nostre vite e quelle delle persone che amiamo. In un sistema di comunità i riparatori hanno un ruolo straordinario e competenze imprescindibili. Ma se tagliamo quel canale, se chiudiamo quella possibilità, inizierà il processo di inaridimento delle nostre comunità. Dalle rammendatrici ai calzolai, dai meccanici agli elettricisti, se spariscono loro, perché nulla si può aggiustare ma tutto va sempre ricomprato, spariscono i legami, e sparisce l’educazione alla cura. 

In qualche angolo di Napoli esiste l’ospedale delle bambole: è chiaro cosa si insegna a una bambina o a un bambino aprendo un negozio in cui si “curano” le bambole? Si insegna che quell’avatar di sé e dei propri cari che loro hanno tra le mani non va buttato via quando perde la perfezione che aveva appena uscito dalla scatola. Insieme alla bambola si aggiusta la relazione che si ha con lei. Il motto di Restart è, da sempre, “fixing our relationship with electronics”, ma non vale certo solo per l’elettronica. Quanta parte della letale violenza alla quale oggi assistiamo quando una relazione non corrisponde più ai progetti iniziali, si potrebbe evitare con una costante e quotidiana educazione alla cura, alla riparazione di sé, degli altri e delle cose?

Le nostre comunità hanno bisogno di coltivare e diffondere le proprie conoscenze, hanno bisogno di tramandarsele perché una comunità di incapaci è prima di tutto, un insieme di individui che non possono darsi aiuto l’uno con l’altro, anzi non possono nemmeno aiutare se stessi,  dovranno sempre ricorrere ad un elemento esterno alla comunità, dovranno rassegnarsi a quel ripartire ogni giorno da zero, con oggetti nuovi identici a quelli precedenti e discariche sempre più enormi a popolare il territorio: la storia della città di Leonia, che Calvino descrive ne Le Città Invisibili (1972): “Più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate, l’opulenza si verifica dalle cose che ogni giorno vengono buttate”. Quello che colpisce oggi rileggendo quelle righe non è tanto la follia dell’inquinamento e dell’occupazione di suolo (due elementi che ormai ci sono familiari); è il meccanismo mai messo in discussione: comunità prive di competenze, di conoscenza, di abilità non saranno in grado di mettere in discussione il meccanismo industriale dell’usa e getta sul quale si basa il contemporaneo capitalismo, e finiranno per applicare quelle logiche anche alle relazioni con i propri simili: non funzioni, non corrispondi alla descrizione, non corrispondi alle aspettative, ti butto via. Se non servi a me (e se non sei come dico io non mi servi) non servi più: anche questo nega le logiche di base della natura in cui tutto il vivente in ogni fase della sua esistenza serve a qualcosa o a qualcuno, in un continuo e prolifico ciclo di trasformazione, riuso, riciclo, riparazione. Non per niente nei “Restart parties” e nei Repair Café – che si stimano essere ormai più di 4mila gruppi in tutto il mondo, per un totale di circa 190 mila oggetti aggiustati ogni anno, non si va per lasciare un oggetto e tornare poi a ritirarlo aggiustato: si ripara insieme, si capisce insieme, si impara da “quel gran genio del mio amico” come porsi davanti a qualcosa che non funziona più ma potrebbe funzionare di nuovo.

Ti offro l’intelligenza degli elettricisti

(P. Conte, Un gelato al limon, 1979)

Il fiume carsico riemerso nelle campagne statunitensi con il “Right to Repair” (e che sta prendendo forma anche in Canada, Brasile, India, Australia, Nuova Zelanda) ha spinto Restart e altri partner a creare in Europa  la coalizione “Right to Repair Europe” che coinvolge circa 180 organizzazioni di 29 paesi (il sito del gruppo americano è Repair.org, quello del gruppo europeo è Repair.eu) ha dunque tante sorgenti, e raccoglie tanti affluenti. Le intersezioni con le riflessioni sull’agricoltura e più in generale sul cibo sono frequentissime, non ultima quella che riguarda i brevetti sul vivente, sui semi in particolare. Il copione è molto simile: brevettare un seme realizzato in laboratorio grazie all’incrocio di due linee parentali pure, oppure grazie all’ingegneria genetica, significa blindare quella conoscenza, sottrarre alle sapienze millenarie che addomesticano e incrociano le piante nella pratica quotidiana la possibilità di sapere, di capire, di modificare. Osservare in campo che una determinata pianta resiste a un certo parassita, decidere di provare un incrocio nuovo per rendere resistenti anche le altre è un processo molto simile a quello che genera la modifica di una macchina agricola, la sua riparazione, il suo utilizzo per una nuova e inizialmente non programmata destinazione d’uso.

L’alleanza che da sempre si è costruita, in mezzo alle campagne, tra ingegneri, agricoltori e meccanici, è la stessa che si è radicata tra agricoltori, agronomi, cuochi e famiglie per ottenere varietà sempre più adatte ad incontrare da un lato i gusti delle persone e dall’altro le condizioni imposte da clima e terreno. 

Oggi sono sempre meno gli agricoltori in grado di riprodurre le sementi per l’annata successiva, ma soprattutto sono sempre di più, e sempre più universalmente diffuse, le sementi “inaggiustabili”, che non possono essere riutilizzate proficuamente e richiedono un nuovo acquisto, un nuovo passaggio dal concessionario di zona, dal rappresentante di quella o quell’altra multinazionale sementiera (che normalmente è anche una multinazionale della chimica agricola). Al di là delle conseguenze in termini di “one health” e di qualità del cibo, occorre riflettere su quanta sapienza si sia persa e quanta sia stata emarginata dal mondo della produzione agricola per dar spazio ad un’agricoltura che ha come suo principale obiettivo non la cura (di luoghi e comunità) ma il profitto (di pochi individui). 

La pressione di tutte queste riflessioni ha già portato risultati. Se da un lato negli USA la John Deere è sempre più sotto osservazione per le sue metodologie commerciali, dall’altro, in Europa si è giunti, nell’aprile del 2024, a una nuova legge sull’ecodesign per la progettazione sostenibile. L’Unione Europea è, in questo momento, l’unica istituzione che si sta sforzando di dare indicazioni su come vanno prodotte le cose: è il design stesso degli oggetti che deve cambiare, radicalmente. Deve essere possibile smontarli, aprirli, sostituire le varie parti; i pezzi di ricambio devono essere facilmente reperibili ed economicamente accessibili; la riparazione, nel suo complesso deve essere resa possibile ad un costo che non superi il 30% di quello del prodotto nuovo. I prodromi di questa direttiva sono precedenti al Green Deal, ma oggi le norme sull’ecodesign sono parte integrante di quell’orizzonte di indirizzo, con l’obiettivo di ottimizzare i consumi energetici, ridurre gli sprechi, razionalizzare la produzione di materie prime. 

Gli studi sul Life Cycle Assessment, che hanno cominciato a moltiplicarsi dal 2017 in avanti, hanno contribuito non poco ad indirizzare queste nuove visioni produttive. Mediamente per ammortizzare i costi delle risorse necessarie per un grande elettrodomestico ci vogliono 18 anni; se quelli “moderni” invece di durare 25-30 anni, come succedeva agli elettrodomestici degli anni 80-90, durano 10 anni, ogni elettrodomestico sarà a debito sulla risorsa naturale; per ripianare i costi delle materie prime necessarie per produrre un cellulare, sono necessari 90 anni: se li cambiamo ogni 2 – 3 anni e non li aggiustiamo mai, nè riutilizziamo se non in percentuali ridicole (dall’1 al 3%) le materie prime che contengono, ogni cellulare contribuirà ad ingigantire voragini nelle risorse.

L’unica via sensata è estendere la durata delle cose, creando tessuto comunitario, competenza, occupazione e consapevolezza, ma anche relazioni e legami tra persone e cose. La produzione di qualunque rifiuto è un costo: ma fino all’attimo prima di essere trasformato in rifiuto, un oggetto, anche se rotto, è un’opportunità.

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