Upcycling ed economia circolare: i sottoprodotti dell’uva

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In tempi di transizione ecologica è sempre più sotto i riflettori il concetto di economia circolare: un modello di produzione e consumo che punta al riutilizzo, alla riparazione e al riciclo dei materiali esistenti, in modo da estendere il ciclo di vita dei prodotti e ridurre la produzione di rifiuti al minimo. Riciclare e reintrodurre nel ciclo economico i materiali consente di utilizzarli nuovamente e generare valore aggiunto. Un esempio virtuoso di economia circolare è costituito dall’ upcycling, sempre più in voga nelle attività di piccole e grandi imprese. Infatti, se negli ultimi 150 anni abbiamo seguito un modello di economia lineare, basato sul principio del “take-make-dispose” – prendi-produci-getta – oggi si assiste ad un forte aumento della domanda di materie prime, accompagnata però da una grave scarsità di risorse. 

Ma di cosa parliamo esattamente? Il termine upcycling fu coniato, nel 1994, da Reiner Pilz – un ingegnere meccanico tedesco – che in seguito alla decisione europea di implementare lo smaltimento dei rifiuti, in un’intervista alla rivista Salvo parlando del riciclo affermò: “Il riciclo io lo chiamo down-cycling. Quello che ci serve è l’upcycling, grazie al quale ai vecchi prodotti viene dato un valore maggiore, e non minore”. L’upcycling è infatti, molto diverso dal re-cycling – il riciclo – il cui obiettivo il più delle volte è quello di far tornare un oggetto alla funzione originaria o di trasformarlo, sminuendo comunque il suo valore. L’upcycling punta, invece, a modificare e a trattare i materiali di scarto per creare un prodotto di maggior valore e limare la richiesta di nuove materie prime.

Upcycling sottoprodotti uva Nel caso della filiera agroalimentare, in particolare, si produce una grande mole di sottoprodotti – dalla fase agricola fino a quella del consumo domestico – con un enorme gravo sulla sostenibilità ambientale, lo spreco delle risorse e la salute umana. Quando si parla di “valorizzazione dei sottoprodotti”- appunto l’ upcycling – si intende la ricerca di nuovi impieghi per gli stessi in ambiti diversi, quali la zootecnia, la cosmesi, la farmaceutica, la bioenergia, in modo da ridurre la necessità di materie prime. In questo articolo ci soffermiamo sul caso dei componenti derivanti dalla lavorazione dei sottoprodotti dell’uva.

Upcycling dei sottoprodotti vitivinicoli: potenzialità e limiti

Della quantità di uva prodotta annualmente, buona parte del raccolto viene destinata alla produzione di vino, ma ognuna delle fasi della supply chain vitivinicola produce una grande mole di rifiuti e residui di produzione, che – in ottica di economia circolare – possono essere valorizzati per ottenere ulteriori prodotti dal valore aggiunto e/o energia, con una notevole diminuzione dell’impatto ambientale e del bilancio aziendale. 

Tra la coltivazione e i processi di vinificazione, circa il 20% della materia trattata va a costituire materiale di scarto, che se fino al 2010 doveva essere essere obbligatoriamente portato alle distillerie per la produzione di grappe e alcool, oggi può, invece, essere trasformato ed ottenere un alto valore aggiunto.

Upcycling ed economia circolareRaspi, bucce e vinaccioli possono essere impiegati per l’estrazione di composti bioattivi per la produzione di fertilizzanti, per la preparazione di prodotti alimentari, farmaceutici e cosmetici; mentre fecce e residui di filtrazione possono invece essere adoperati per la produzione di biopolimeri e bioenergia.

Le vinacce, più di tutti, contengono sostanze che hanno importanti effetti benefici sulla salute umana, quali fibre, tannini e composti polifenolici – Resveratrolo, Antocianine, Procianidine, Quercetine e Catechine e olio di vinaccioli. Questi ultimi, in particolare, hanno caratteristiche antiossidanti con potenziali effetti benefici per la salute umana: riducono il rischio di malattie cardiovascolari e di cancro, infatti sono per lo più impiegati come additivi alimentari e/o prodotti cosmetici.  

L’iter dei trattamenti da svolgere, per ottenere il recupero dei componenti bioattivi, è piuttosto comune a ogni tipo di prodotto ed esistono ormai diversi metodi estrattivi, tutti più o meno avanzati, tuttavia, non mancano problemi di natura burocratica, logistica ed economica. Infatti, sebbene la ricerca continui ad indagare e a fare notevoli passi in avanti, manca tuttora  un approccio integrato – a livello nazionale e internazionale – che consenta un recupero degli scarti vitivinicoli. D’altro canto, i costi dei processi di estrazione e produzione sono ancora troppo elevati per essere impiegati su vasta scala e mancano dei veri e propri network solidi tra i produttori di sottoprodotti e gli impianti di estrazione/produzione: questi elementi continuano a minare il raggiungimento di una raccolta sistematica e strategica. 

 

Fonti e approfondimenti: www.tecnoali.com