Lotta contadina: l’India contro la liberalizzazione del commercio

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Sebbene l’agricoltura dia impiego a circa 650 milioni di persone, la lotta contadina è da sempre una costante della storia indiana, date le condizioni in cui i contadini – oppressi dal sistema – sono costretti a lavorare.

L’agricoltura moderna, come noto, è spesso monopolizzata dalle grandi multinazionali, la cui politica sembrerebbe più orientata al profitto che all’agricoltore e alla terra. Dopo decenni di politiche estrattive, ciò ha ormai raggiunto un livello massimo di insostenibilità sociale ed ecologica e minaccia la sopravvivenza dell’intera categoria degli agricoltori, in tutto il mondo e la lotta contadina che da quasi un anno attraversa l’India ne è una chiara denuncia. 

In base al vecchio sistema mandi, agricoltori e contadini indiani vedevano il proprio lavoro tutelato dalle restrizioni del Comitato del mercato dei prodotti agricoli (APMC), che regolava prezzi, intermediari e scambi commerciali. Tale sistema dava possibilità ai piccoli agricoltori di vendere i propri prodotti direttamente ai consumatori, senza passare per intermediari, e garantiva così loro un reddito dignitoso. Inoltre, consentiva l’accumulazione di scorte alimentari – in particolare di riso e grano – che il governo distribuiva alle fasce più deboli della popolazione, in forma di sostegno. 

Lo scorso settembre, il Governo guidato da Narendra Modi, in nome di una deregolamentazione e modernizzazione del settore, ha approvato tre leggi riguardanti la liberalizzazione del commercio agricolo, suscitando l’opposizione militante del Kisaan Andolan – Movimento dei contadini – più ampia dell’India post-coloniale, che da mesi continua a manifestare il proprio dissenso per l’intero Paese e ad intensificarsi rafforzando la solidarietà tra persone appartenenti a caste, classi e religioni differenti. 

Iniziate con uno sciopero generale a fine novembre e non ancora concluse, le manifestazioni hanno suscitato l’interesse e la preoccupazione internazionali. 

Lotta contadina
Contadini in protesta contro le nuove leggi agricole in India. Foto: Randeep Maddoke

Le rivolte partono dalla convinzione che le nuove leggi siano sbilanciate e giovino a favore delle grandi corporazioni, nonché dalla consapevolezza che andranno ad accentuare le già marcate disuguaglianze e ad aumentare, nel breve periodo, il tasso di povertà estrema nel Paese. La riforma, infatti, prevede l’abolizione dei prezzi minimi e permette l’accesso ai mercati nazionali anche ai grandi marchi privati esteri, ponendo i piccoli contadini (85%) alla mercé della grande distribuzione privata; come la multinazionale Cargil, che già da tempo si è adoperata per massimizzare i profitti, raccogliendo dati sulle condizioni agricole dei territori delle regioni indiane e raggiungendo il monopolio del commercio mondiale di grano.

Non trovando un punto d’incontro, la lotta contadina ha continuato a protrarsi, con l’appoggio dei sindacati, fino ad ottenere – lo scorso luglio – l’autorizzazione a rappresentare pubblicamente le proprie ragioni nel  Parlamento contadino – Kisan Sansad. Tuttavia, dopo 11 incontri formali con gli attivisti, il governo ha continuato a sostenere che le nuove leggi andranno a migliorare la condizione dell’agricoltore. 

Oggi, a quasi un anno dall’inizio, la situazione risulta particolarmente tesa, in quanto né il Governo né i contadini sembrano disposti a fare passi indietro. Il Kisaan Andolan ha annunciato l’intenzione di firmare una mozione di sfiducia per l’attuale Governo e i contadini sono intenzionati a non lasciare le piazze, finché le leggi non saranno ritirate e gli agricoltori tutelati. 

Fonti e approfondimenti: www.redpepper.org.uk